Un cuore aperto al mondo
2 Giugno 2021
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Un cuore aperto al mondo

Il capitolo quarto “Un cuore aperto al mondo intero” intende elencare le sfide che conseguono alle premesse poste, sfide che “ci smuovono, ci obbligano ad assumere nuove prospettive e a sviluppare nuove risposte” (n. 128). Innanzitutto il limite delle frontiere (129-132), quello con cui tante volte vengono a scontrarsi i migranti in cerca di una vita migliore per sé e per i loro cari. “Quando il prossimo è una persona migrante si aggiungono sfide complesse”. Ideale sarebbe il diritto a non dover emigrare trovando condizioni per il proprio sviluppo integrale nei paesi di origine. Ma se questo non accade occorre riconoscere e rispettare il diritto di ogni essere umano a cercare luoghi dove poter soddisfare i bisogni primari per sé e per la famiglia e per realizzarsi come persona. Francesco ripropone i quattro verbi da attivare per offrire una risposta ai processi migratori: “accogliere, proteggere, promuovere e integrare” (129). In concreto risulta necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine “minoranze”, che porta con sé “i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità, prepara il terreno alle ostilità e alla discordia, sottrae le conquiste dei diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli” (n.131).  Mentre l’arrivo dei migranti “si trasforma in dono perché storie di incontro tra persone e tra culture… sono una opportunità di sviluppo umano integrale per tutti” (133), quando si accoglie, permettendo di continuare ad essere se stessi, si dà la possibilità di nuovo sviluppo, di valorizzare ciò che unisce e di guardare le differenze come possibilità di crescita (133-34).

Gli immigrati, aiutati ad integrarsi, sono “una benedizione, una ricchezza e un nuovo dono che invita una società a crescere” (135). Il fecondo interscambio tra paesi va a beneficio di tutti in quanto ci rende consapevoli che “oggi o ci salviamo tutti o nessuno si salva” (137). Consapevolezza già presente che richiede anche un “ordinamento mondiale giuridico, politico ed economico” che incrementi e orienti la collaborazione internazionale e lo sviluppo solidale dei popoli (138), pur senza ridurre il discorso a una qualche forma di utilitarismo. Esiste la gratuità, “ovvero la capacità di fare alcune cose per il solo fatto che di per sé sono buone… senza aspettarsi qualcosa in cambio. Chi non vive la gratuità fraterna fa della propria esistenza un commercio affannoso”. Dio dà gratis: fa sorgere il suo sole su cattivi e buoni. Dunque come ricordava Gesù ai suoi discepoli “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt.10,8). E così che possono determinarsi le condizioni per un fecondo interscambio, dove la gratuità che accoglie riesce a coniugare efficacemente il locale e l’universale perché “la fraternità universale e l’amicizia sociale all’interno di ogni società sono due poli inseparabili e coessenziali”. La vera qualità di un Paese si misura dalla capacità di “pensare non solo come Paese, ma anche come famiglia umana” specialmente nei momenti critici. Invece i “nazionalismi chiusi” manifestano l’errata idea di potersi sviluppare a margine della rovina altrui e che chiudendosi agli altri saranno più protetti (141-142).

Il “sapore locale” ci ricorda che non c’è dialogo con l’altro senza identità personale, come non c’è apertura tra popoli se non a partire dall’amore per la terra, il popolo, i propri tratti culturali. In questo si riscontra il “valore positivo della proprietà: custodisco e coltivo qualcosa che possiedo, in modo che possa essere un contributo al bene di tutti” (143). Ci sono però narcisismi localistici che non esprimono un sano amore per il proprio popolo e la propria cultura. Ma non si può essere “locali” in maniera sana e sincera senza lasciarsi interpellare da ciò che succede altrove, senza lasciarsi arricchire da altre culture e senza solidarizzare con i drammi di altri popoli (146). Senza il rapporto e confronto con chi “è diverso è difficile avere una conoscenza chiara e completa di se stessi e della propria terra poiché le altre culture non sono nemici da cui difendersi, ma riflessi differenti della ricchezza inesauribile della vita umana” (147). Così come la società mondiale non è la semplice somma dei vari paesi, ma piuttosto è la comunione stessa che esiste tra essi, è la reciproca inclusione, precedente al sorgere di ogni gruppo particolare (149).

Nessun popolo, nessuna cultura o persona può ottenere tutto da sé. Gli altri sono costitutivamente necessari per la costruzione di una vita piena. Anche la consapevolezza del limite diventa la chiave per sognare ed elaborare un progetto comune. Nei quartieri popolari si vive ancora uno spirito di “vicinato”; nel popolo Francesco ritrova radici di buona vita. È anche ben consapevole che proprio all’interno delle comunità cristiane o post cristiane o cristiane per denominazione ma non di vita, si pone la posta in gioco: la capacità dei cristiani e delle loro chiese di mettere il Vangelo del Regno di Dio a disposizione di tutta l’umanità e di tutta la terra come “risorsa”. L’apprendimento di un autentico ascolto dell’altro è in effetti l’inizio della conversione.  In ogni pagina Francesco conferma la visione tendente al bene comune aperta alla società e non chiusa nell’interesse del singolo; una società fraterna alternativa alle proposte neoliberale e neostatalista, entrambe guidate dall’egoismo, dall’avidità e dalla concorrenza sleale.☺

 

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