Un eroe silenzioso
14 maggio 2018
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Un eroe silenzioso

Tre tappe in Israele e una cronometro individuale da Gerusalemme. È la partenza del 101° Giro d’Italia, prevista per il prossimo 4 maggio. Non solo all’estero, com’è già successo per altre dodici passate edizioni, ma addirittura, per la prima volta, fuori dall’Europa. Perché? L’avvio sarà caratterizzato da un omaggio a Gino Bartali, il cui nome è stato inciso sul muro d’onore dello Yad Vashem, il museo della Shoah di Gerusalemme. Il memoriale ufficiale israeliano delle vittime, nel 2013, lo ha infatti dichiarato uno dei “Giusti fra le Nazioni”: persone semplici che, in situazioni diverse, si sono distinte per il loro coraggio e, che, pur non essendo nate eroi, hanno rischiato la vita per salvare dalla barbarie nazifascista anche un solo ebreo.

Settant’anni prima, nei mesi che, fra il ’43 e il ’44, precedettero l’arrivo degli alleati, il Ginettaccio, com’era soprannominato forse per il suo carattere un po’ spigoloso, aveva già vinto due Giri d’Italia e un Tour de France. La Seconda guerra mondiale lo aveva poi bloccato all’apice della sua carriera, insieme al nuovo “campionissimo”, più giovane di lui di cinque anni, Fausto Coppi, prigioniero in Africa. Eppure fu quello il momento in cui Bartali affrontò la gara più importante della sua vita, in cui l’avversario da battere non era più Coppi, ma il pericolo, la paura, la sorte. Il cardinale di Firenze, Elio Angelo Dalla Costa, sua guida spirituale, lo mandò infatti a chiamare con urgenza e gli chiese di entrare a far parte della DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei), un’organizzazione che si occupava degli ebrei stranieri giunti in Italia in seguito alle persecuzioni nei loro Paesi d’origine, ma che, dopo il 25 luglio ’43, era entrata in clandestinità. Bartali, che negli stessi mesi già rischiava la fucilazione nascondendo nella cantina di un suo appartamento la famiglia ebrea dei Goldemberg, senza dire niente nemmeno alla moglie Adriana, iniziò a trasportare documenti falsi nel manubrio e nel telaio della sua bicicletta. Dapprima alla Certosa di Farneta a Lucca e, se necessario, fino a Genova (dal cui porto si imbarcavano per l’America gli ebrei in fuga da tutta Europa), tornando indietro con i soldi in arrivo da Ginevra per finanziare la DELASEM. Poi, dopo l’eccidio di Farneta, in cui, all’inizio di settembre del ’43, i tedeschi massacrarono fuggiaschi e religiosi, Bartali accettò due diverse, ma altrettanto rischiose missioni: oltre a quella di ‘corriere’, anche quella di ‘disturbatore’ delle retate fasciste e naziste. Così continuò a trasportare foto e documenti contraffatti da e per Assisi, dove, con la complicità di padre Rufino Niccacci e del vescovo Placido Nicolini, operavano i falsari Luigi e Trento Brizzi (tutti insigniti poi del titolo di “Giusti fra le Nazioni”). Ma, contemporaneamente, e d’accordo con i partigiani del luogo, il suo compito era di suscitare scompiglio, con la sua notorietà, alla stazione di Terontola, distraendo soldati e poliziotti, all’ora convenuta, dai controlli sui treni e dai cambi di treno, e aiutando i fuggiaschi, in quello che era all’epoca un importante snodo ferroviario.

Sono più di ottocento gli ebrei (e innumerevoli gli antifascisti) che in questo modo ebbero salva la vita. Ma, a causa della segretezza che aveva avvolto la rete dei falsari negli anni di guerra, tutte queste missioni non erano attestate da nessuna documentazione e restavano confinate a quel limbo che è la memoria orale. Bartali stesso non fece nulla per facilitarne la ricostruzione, mantenendo anzi un ferreo silenzio per oltre cinquant’anni. E quando nel 1978 il giornalista Alexander Ramati, ebreo polacco, in collaborazione con padre Niccacci, pubblicò il libro Assisi clandestina, al quale seguì, sette anni dopo, una fiction televisiva, Bartali arrivò a minacciare azioni legali contro la Rai che l’aveva messa nel palinsesto. Al figlio Andrea, che cercava di farlo ragionare, rispose: “Non voglio apparire come un eroe. Eroi erano quelli che sono morti, che sono rimasti feriti, che hanno trascorso tanti mesi in prigione… Non voglio nemmeno che la mia notorietà di campione sportivo getti ombra su tutti gli altri, gli sconosciuti che hanno fatto come e più di me”. A ricomporne ora la figura in una dimensione di eroe silenzioso, completamente diversa da quella della leggendaria rivalità con Fausto Coppi – che nell’immediato dopoguerra divise l’Italia, anche per le loro diverse posizioni politiche -, hanno contribuito varie pubblicazioni. Per citare solo le più recenti: la biografia scritta dal figlio Andrea, Gino Bartali, mio papà (Limina, 2012), le ricostruzioni romanzate La strada del coraggio dei canadesi Aili e Andres McConnon (Edizioni 66thand2nd, 2013) e Un cuore in fuga di Oliviero Beha (Piemme, 2014), fino al romanzo La bicicletta di Bartali di Simone Dini Gandini (Notes edizioni, 2015). Chissà come commenterebbe ora Ginettaccio. Forse, in linea con la sua carità silenziosa: “gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare”.☺

 

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