Un incontro atteso
15 Ottobre 2018
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Un incontro atteso

La riunione estiva dei componenti la redazione de la fonte è per me divenuta un appuntamento immancabile, quasi una cesura che divide l’estate in un prima, quando l’otium è disteso, dilaga, e un poi, a partire dal quale il tempo scandisce di nuovo i suoi ritmi e lo si sente che fugge irreparabile, per dirla come un nostro nobile proavo.

Io aspetto quella riunione con ansia gioiosa e, nell’occasione in cui di necessità ho dovuto evaderla, ci sono rimasta male, addirittura l’estate mi è parsa più tediosa. Mi piace tutto di quella riunione: mi piace il nostro parlottio più e meno sommesso nella caldana estiva molisana e deserta, mi piace l’incontro con tante persone diverse accomunate dal filo robusto di interessi difformi nel merito e affini nella sensibilità che li sostiene, mi piace il riguardo reciproco che ci lega e che non è amicizia – o non in tutti casi -, ma come l’amicizia ha per fondamento la fiducia; mi piace, infine, il fatto che la riunione preveda una lunga fase di serrato e impegnato dialogo tra noi “scrittori” del giornale e di seguito, a mo’ di conforto, un convivio più prosaico, ovvero una cena di portate semplici e pertanto ambite: svolgendosi all’insegna di una curiosità per l’altro che mai è morbosa e di una discrezione vicendevole che mai è algida, la cena si conclude con un cordiale scambio di saluti ed un arrivederci all’anno venturo, quando, se Dio vuole, saremo lì a salutarci, come fosse passata una sola nottata da che ci siamo separati. Considerato il tenore dei rapporti umani per lo più e per ogni dove, a me questa della redazione de la fonte pare quasi una magia, e respirando un’allure di incantesimo, ovvio, qui ed ora incrocio le dita perché nessuno ci faccia malocchio.

Unica nota dolente, nel mio caso, è che non guido, dunque mi trovo costretta anno per anno a chiedere un passaggio da Campobasso fino a Bonefro una volta, ora fino a Larino, a qualcuno degli altri redattori che abitano il capoluogo; mi vergogno puntualmente, però, coadiuvata dalla generosa comprensione dei compagni di scrittura, vinco il pudore e mi imbarco: bello è che il viaggio mi vola d’un soffio, senza che io guardi nemmeno il tachimetro, cosa che, da maniaca ossessiva quale sono, per solito faccio.

Il malcapitato scrittore pilota di quest’anno, noto e stimato opinionista del giornale, del quale non faccio il nome perché non gli ho detto che avrei scritto anche di lui e in qualche modo non mi sembra corretto svelarlo a se stesso in corso di lettura, è stato con me gentilissimo, come del resto immaginavo: si è viaggiato da Campobasso a Larino conversando pacatamente di tutto un po’, figli e nipoti, lavoro, politica e attese, finché, arrivati a Larino, ci ha accolto il sorriso benevolo eppur ironico di don Antonio.

Finita la cena, si è ripartiti insieme, con doppia mala sorte per il su menzionato scrittore pilota, in quanto che io non sia capace di distinguere freno da frizione e del copilota non abbia neanche gli attributi ottici non è bastato.

Mi spiego. Saliti in macchina, siamo stati investiti da un acre lezzo, che ci ha indotti entrambi ad un momento di apnea, non corredato, però, da alcun esplicito commento; il fatto si è ripetuto lungo tutto il viaggio, ad intermittenza, con punte di fetore che mi sono parse interminabili. L’argomento, tuttavia, non è stato trattato: né io mi sono permessa di accennare alcunché al mio compagno di viaggio né lui ha minimamente dato segno di volerne parlare; evidentemente stanchi e provati dalla serie ripetuta di esercizi di sotto-respirazione, limitatici ad abbassare i finestrini, abbiamo dialogato come durante il viaggio di andata, aggiungendo naturalmente ai temi già affrontati le nostre opinioni sulla riunione svoltasi nel pomeriggio. Sia io che lui, suppongo, abbiamo pensato che l’altro viaggiatore, tolti noi stessi, avesse qualche passeggero malessere, ma il pensiero ci deve aver attraversato en passant e in forma latente, quasi nel subconscio, e comunque sia non abbiamo ritenuto opportuno né necessario proferirlo verbalmente.

Arrivati a Campobasso, ho ringraziato, ci si è salutati e ognuno per la sua strada; io mi sentivo stanca e, tempo di infilare il pigiama e leggere qualche rigo di libro, dormivo.

Il mattino dopo, dato che in stretta prossimità delle mie scarpette fiutavo un odore stranamente somigliante a quello che mi aveva assillato la sera precedente, ho indagato, donde l’atroce scoperta: la suola della mia scarpa destra era impiastricciata di uno strato consistente di sterco, chissà, canino, da me calpestato distrattamente chissà dove e quando il giorno precedente.

Pochi secondi per realizzare e ho scritto un chiaro e laconico messaggio di scuse al mio compagno di viaggio, il quale magari avrà strizzato l’occhio o avrà sorriso sotto baffi, ma non ha risposto, a conferma che l’eleganza è non solo nella scelta delle parole, ma anche nell’attenta selezione dei turni di parola e di silenzio.

Non so bene perché io abbia scritto di questo episodio, o forse sì: è che avrei voluto discutere in maniera scientifica e argomentata di uno dei massimi sistemi nei quali peraltro confido tenacemente, l’equità, la giustizia, la democrazia, la libertà; poi, però, ho considerato che gli ideali più alti si compongono di atomi di micro-idealità e che queste idealità si fanno esperibili e verificabili nel quotidiano; ho pensato bensì che le parole hanno, per dirla con i linguisti, un valore performativo, ovvero danno forma alla realtà, e ho tirato le somme: secondo me, quella sera ci siamo dati una bella prova di pazienza e rispetto reciproci nella difficoltà, di sobrietà nell’uso della parola, che non si è fatta né sozza né insultante, per non rendere sozza e insultante una circostanza non piacevole, tuttavia incolpevole e, a ben vedere, anche buffa.

Vai a vedere che pazienza e rispetto e sobrietà della parola abbiano qualche arcano legame con la madre democrazia e coi suoi figli equità e giustizia e libertà: in un periodo storico in cui i grandi ideali sembrano compromessi, anche alle loro più modeste declinazioni concrete bisognerebbe guardare, in vista di un rimedio o di una speranza.☺

 

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