Un intrico impenetrabile
12 Gennaio 2022
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Un intrico impenetrabile

Un grande appassionato della natura, noto per le sue frequenti escursioni finalizzate alla raccolta di erbe selvatiche, è rimasto una volta imprigionato in un bosco, in una fitta vegetazione di rovi e salsapariglia, tanto che, per poterlo soccorrere, è stato necessario l’intervento dei Vigili del Fuoco armati di machete.

La pianta rampicante e ricoperta di spine da cui si è dovuto liberarlo è la Smilax asper e appartiene alla famiglia delle Liliacee. Il nome del genere viene dal greco smîlax, sostantivo con cui venivano designate dagli autori antichi piante assai diverse tra loro, mentre l’epiteto specifico, dal latino asper, allude alla spinosità della pianta, sicuramente già nota anche a Ovidio e a Plinio il Vecchio. Viene chiamata anche “strac- ciabrache”, perché con le sue spine può strappare i tessuti degli abiti. Nel nostro dialetto è detta invece ’a scarcéhatte. Il curioso nome salsapariglia deriva dal fatto che se la pianta viene strofinata vigorosamente libera una schiuma simile al sudore dei cavalli: da qui “salsa”, mentre “pari- glia” sembra che si riferisca alla coppia di cavalli solitamente usati per trainare i calessi oltre che nei più comuni lavori di campagna.

Nella mitologia, Smilax era una ninfa perdutamente innamorata del giovane Croco. Il loro amore non era visto di buon occhio dagli dei, che osteggiarono il desiderio tra i due tramutando la ninfa in una pianta dalle foglie a forma di cuore e dai rami spinosi (Smilax asper o salsapariglia) e il ragazzo in un fiore viola dal cuore color del sole a ricordo dell’amore immortale per la sua Smilax: lo zafferano (Crocus sativus).

La salsapariglia presenta in effetti foglie cuoriformi, coriacee, lucide, talvolta con macchie bianche, lunghe e larghe fino a 10 cm, con cirri e uncini, distribuiti anche lungo i fusti. I frutti, che maturano da fiorellini profumati giallo tenue, sono costituiti da grappoli di bacche sferiche, prima verdi, successivamente giallastre, alla fine rosse e quasi nere a maturazione nell’autunno successivo, quando è possibile vedere contemporaneamente frutti e fiori sulla medesima pianta. Queste bacche rosse, molto gradite agli uccelli, sono tossiche per l’uomo.

La salsapariglia cresce spontaneamente fino a 300 m di altitudine, nei boschi, ai bordi dei campi e nelle zone ombrose. Messa a dimora può essere utilizzata come divisorio nei giardini – grazie alle spine, si è protetti dagli intrusi e dagli animali indesiderati – e come siepe, visto che può diventare tappezzante. Attualmente è molto diffusa nel sud Italia perché resiste bene alla siccità.

Pochi sanno che la salsapariglia ha forti proprietà depurative: dalla sua radice vengono estratti i principi attivi per decotti e infusi contro l’influenza, il raffreddore e i reumatismi. Nelle pratiche a base di erbe medicinali, le radici di questa specie sono ridotte in polvere e usate per ottenere diversi rimedi naturali. In particolare sono state identificate numerose proprietà chimiche attive all’interno della salsapariglia tra cui potenti antiossidanti, insieme a composti antinfiammatori.

In passato le radici e altre parti di questa pianta sono state utilizzate anche per creare bevande, snack fermentati. Salsapariglia è infatti il nome di un tipo di bibita, simile alla bevanda gassata, che è aromatizzata con la radice della pianta. Le radici sono tuttora consumate per le loro proprietà e il gusto delicato: le piante giovani possono essere usate in cucina – nel sud Italia vengono cotte come sostitutivo degli asparagi, preparate in frittate, sott’olio come conserva o consumate in insalata – lessate e condite con olio e aceto.

La salsapariglia ha inoltre un effetto depurativo del terreno: è in grado infatti di decontaminarlo dai metalli pesanti, di cui si nutre, rigenerandolo e rendendolo più fertile.☺

 

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