Un pugno nello stomaco
19 Ottobre 2017
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Un pugno nello stomaco

Nell’introduzione alla nuova edizione di Gomorra, uscita lo scorso anno nella collana Oscar Absolute di Mondadori, Roberto Saviano, facendo un bilancio dei suoi ultimi dieci anni vissuti sotto scorta, descrive così la genesi del suo romanzo-inchiesta: “Desideravo con tutto me stesso cambiare la realtà che avevo intorno, una realtà che mi faceva schifo. Abbattere il potere di cui scrivevo e chiamare figuratamente alle armi, uniti, coloro che vi si opponevano. Volevo che le mie parole fossero un pugno nello stomaco, che togliessero il sonno. Volevo che facessero paura semplicemente illuminando un angolo di mondo rimasto in ombra troppo a lungo”.

Del suo best-seller, il terzo italiano degli ultimi cinquant’anni dopo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel 1958 e Il nome della rosa di Umberto Eco nel 1980, non vorrei limitarmi a segnalare gli oltre due milioni di copie vendute in Italia e i dieci milioni nel mondo, grazie alla traduzione in 52 lingue. Piuttosto vorrei ricordare che l’effetto che quella accurata indagine del mondo criminale costruito dalla Camorra in Campania ebbe su di me, mentre ne scorrevo per la prima volta, dieci anni fa, le terribili pagine, fu proprio quello di “perdere il sonno”. Come dimenticare la macabra scena iniziale nel porto di Napoli, con la caduta, da una gru, di un container pieno di cadaveri congelati? Quelli di cinesi, che, lavorando come schiavi alla fabbricazione di scarpe, abiti e accessori contraffatti, avevano pagato (da vivi) affinché i loro corpi fossero poi riportati in Cina per la cremazione. Altrettanto impressionante il barbaro assassinio della giovane Gelsomina Verde, uccisa con tre colpi di pistola alla nuca dopo ore di torture e poi bruciata perché non fosse visibile lo scempio del suo corpo. E la sua unica colpa era di essere stata sentimentalmente legata, diversi mesi prima, ad un ragazzo poi entrato a far parte degli scissionisti di Secondigliano. Ricordo anche che, man mano che la descrizione del “Sistema” si allargava, capitolo dopo capitolo, alle sue ramificazioni nel resto dell’Italia e del mondo, trattenevo il fiato, temendo, egoisticamente, di imbattermi nella parola “Molise”. Ed ecco che, a p. 323, il “pugno nello stomaco” arrivò davvero: “Il territorio del riciclaggio dei rifiuti tossici sta aumentando i suoi perimetri. Altre inchieste hanno rilevato il coinvolgimento di regioni che sembravano immuni come l’Umbria e il Molise. Qui, grazie all’operazione Mosca coordinata dalla Procura di Larino nel 2004, è emerso lo smaltimento illecito di 120 tonnellate di rifiuti speciali provenienti da industrie metallurgiche e siderurgiche. […] Non bastava nascondere i rifiuti tossici ma si poteva trasformarli in fertilizzanti, ricevendo quindi danaro per vendere veleni. Quattro ettari a ridosso del litorale molisano furono coltivati con concime ricavato dai rifiuti delle concerie. Vennero rinvenute nove tonnellate di grano contenenti un’elevatissima concentrazione di cromo. I trafficanti avevano scelto il litorale molisano – nel tratto da Termoli a Campomarino – per smaltire abusivamente rifiuti speciali e pericolosi provenienti da diverse aziende del nord Italia”.

Sono trascorsi undici anni dalla denuncia di Saviano e tredici dalla cosiddetta operazione Mosca. Forse per paura, non mi sono purtroppo mai informata sugli atti processuali e sulle indagini di polizia, e ho seguito distrattamente le notizie sui rifiuti sfuggiti ai controlli legali o sull’aumento di tumori nella popolazione molisana. Posso pertanto solo immaginare le nostre campagne piene di sostanze mortali che individui senza scrupoli hanno sparso vendendo fertilizzanti misti a rifiuti tossici, il benestare di funzionari pubblici compiacenti e le aziende stesse che, affidandosi alla Camorra, fingono di non sapere dove i propri rifiuti vadano a finire. Ma, raccogliendo l’invito della nostra Redazione e del Manifesto Molise Domani, spero che questo breve passo di un libro ormai famoso nel mondo, possa essere, per tutti i molisani che considerano la propria regione una terra ancora incontaminata, “un pugno nello stomaco” – più che un frammento di saggezza. E che prima o poi il Molise possa smentire lo stesso Saviano, quando, sempre in Gomorra, scrive: “Qualcuno ha detto che a sud si può vivere come in un paradiso. Basta fissare il cielo e mai, mai osare guardare in basso”. ☺

 

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