Una chiesa per tutti
4 Marzo 2021
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Una chiesa per tutti

Dio, nostro salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm2,3-4).

La Prima Lettera a Timoteo apre il corpus della Lettere Pastorali (che comprende anche la Seconda Lettera a Timoteo e la Lettera a Tito), un gruppo di scritti appartenenti alla “tradizione paolina”, pertanto pseudoepigrafi, scritti cioè non dall’apostolo Paolo ma dai suoi discepoli, desiderosi di diffondere il suo insegnamento anche dopo la sua morte, sottoponendolo ad un processo di rivisitazione ed attualizzazione. Scritte nelle ultime decadi del primo secolo dell’era cristiana, le Lettere Pastorali presentano numerose somiglianze con le lettere ufficiali (mandata principis) che l’amministrazione pubblica del periodo ellenistico diffondeva nell’impero sotto forma di lettere circolari, contenenti decreti, editti e ordinanze.

L’Autore (o gli autori) delle Pastorali sono molto preoccupati del fenomeno del tempo che passa e crea una sorta di allontanamento dall’origine, del delicato rapporto Chiesa-mondo, del serpeggiare di insegnamenti fuorvianti all’interno delle comunità e della possibilità per i credenti di perdere la fede allontanandosi dall’insegnamento apostolico.

La Prima Lettera a Timoteo testimonia la fatica di armonizzare la continuità e la novità e contiene un forte invito a conservare la fede, a essere fedeli al deposito della tradizione apostolica, a custodire le radici della propria identità in un clima di cambiamenti e ad appellarsi a un’autorità comune, quella normativa dell’Apostolo, per arginare l’incombere minaccioso di eresie e conflitti. Per fare questo, a volte, la tradizione paolina compie anche qualche passo indietro, come nel caso della visione della donna e del suo ruolo nella Chiesa che, diversamente dalla prassi consolidata nelle comunità paoline della prima ora, in questa Lettera vengono sminuiti: alla donna, infatti, è chiesto il silenzio e la sottomissione, è precluso l’insegnamento ed è attribuita la colpa del peccato d’origine (1Tm 2,11-15).

La Lettera offre un ritratto abbastanza ricco della comunità cristiana, dove cominciano a delinearsi i primi ministeri. La Chiesa nasce dall’esperienza di fede dell’apostolo che in prima persona ha fatto esperienza della salvezza ottenuta da Cristo e può pertanto annunciarla agli altri. La Chiesa non è il raduno dei perfetti, ma la comunità dei salvati (1Tm 1,15) che è capace di fare spazio a Dio e agli altri facendosi comunità orante. Uno dei tratti caratteristici della comunità cristiana, infatti, è la preghiera fatta in comune all’interno dell’azione liturgica dove essa allarga il cuore al punto da portare dinanzi al Padre non solo i propri membri ma tutti gli uomini, specie chi ha responsabilità di governo ed è in prima linea nel garantire la pace dei propri sudditi o cittadini (1Tm 2,1-8). La Chiesa è una comunità ministeriale, dove i vari incarichi (episcopo, presbitero, diacono) non sono espressione di potere ma di un servizio che deve farsi innanzitutto testimonianza esemplare di santità di vita, prima che esercizio di leadership o trasmissione di un insegnamento (1Tm 3,1-13). La Chiesa è una comunità santificatrice, che riconosce come buono tutto ciò che il Signore ha creato e lo santifica per mezzo della parola di Dio e della preghiera (1Tm 4,4-6), è una comunità che sa di casa, spazio dove ci si relaziona gli uni gli altri con il massimo rispetto (1Tm 3,15; 5,1-4; 6,1-2) ed è una comunità sobria, distaccata dal denaro, che sa vivere del necessario ed è capace di dare e condividere (1Tm 6,6-10.17-19). Una Chiesa quindi piena delle fragranze del Dio vivente!

Spesso nella storia si è caduti nel tranello di circoscrivere l’appartenenza ecclesiale, di ricorrere a un massiccio impianto di leggi e prescrizioni per creare una élite di perfetti. Cristo però non è venuto per i perfetti ma per i peccatori e la sua sposa, la Chiesa, serve questa sua volontà di cercare e salvare i perduti. Essa è la casa di Dio che ha le porte sempre aperte, segno dell’inesauribile e tenera pazienza che egli esercita nei confronti di ciascuno dei suoi figli.

 

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