una fondata speranza
20 Febbraio 2010
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una fondata speranza

Nel Vangelo di Luca Gesù dà inizio alla sua vita pubblica con un testo di Isaia, che dà il tono a tutta la sua azione in favore degli ultimi: “Lo Spirito del Signore è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri” (Is 61,1). Il profeta aveva cantato questi versi per annunciare il ritorno degli esiliati nella loro terra devastata; ma, anziché fare un canto di lutto, il profeta invita alla speranza, a trovare nuove occasioni che non avrebbero semplicemente riportato alla vecchia situazione, ma piuttosto creato delle condizioni migliori, frutto della consapevolezza acquisita nel dramma dell’esilio: “Riedificheranno le rovine antiche, ricostruiranno i vecchi ruderi, restaureranno le città desolate, i luoghi devastati dalle generazioni passate… invece della loro vergogna riceveranno il doppio, invece dell’insulto avranno in sorte grida di gioia; per questo erediteranno il doppio della loro terra, avranno una gioia eterna” (Is 61,4.7).

L’esilio aveva dato modo di riflettere sul modo in cui avevano costruito una società ingiusta, sebbene il popolo fosse nato da un’esperienza di liberazione dalla schiavitù, come ci racconta l’epopea dell’Esodo. È lo stesso Isaia a denunciare lo stravolgimento del progetto di Dio di fare di Israele un popolo di eguali e una società solidale: “Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi” (Is 5,7). Se l’esilio è descritto con una metafora agricola: “La renderò un  deserto, non sarà né potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia” (5,6), anche la fine di esso è descritta come un ritorno alla fecondità della terra, dopo un tempo di sterilità: “Poiché come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suoi semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia” (61,11). Così come la perdita della terra e della libertà non è causata da Dio, ma è un effetto della mancanza di giustizia, anche il ritorno è contrassegnato dalla rinascita di essa. L’israelita doveva ricordare, ogni volta che mangiava i frutti della terra, che era figlio di un emigrante che aveva ricevuto in dono la terra e proprio per questo era chiamato a vivere la condivisione (Dt 26,5-15).

Tutti i profeti, invece, hanno dovuto denunciare la mancanza di giustizia e di solidarietà, cosa che ha reso sterile la terra, incapace di nutrire tutti i suoi abitanti, in quanto essa era diventata il possesso di pochi che la sfruttavano e riducevano gran parte del popolo alla fame e alla schiavitù, come ci ricorda con spietata lucidità il profeta Amos. Una terra che diventa teatro di sofferenza e morte per tanti, già di per sé diventa luogo di esilio. Quell’esilio storico che ha colpito soprattutto i capi, non è stato altro che l’ultimo atto di una situazione in cui il popolo viveva da tempo, perché abitava già in una terra di cui non poteva godere i frutti: è questa la mancanza di pace di cui parla la Scrittura. Il recupero delle proprie radici ha permesso tuttavia di cogliere il disastro come un’opportunità, grazie a un nuovo esodo che avrebbe permesso di vivere ancora la terra come dono, non semplicemente una restituzione; ecco perché il profeta può parlare del doppio della terra. Il raddoppiamento non è, tuttavia, di carattere geografico, ma l’effetto della nuova consapevolezza che nasce al ritorno dall’esilio: sentire cioè che la terra è abbastanza grande per tutti, che quando non è accaparrata da pochi, diventa una casa accogliente per ognuno, anche per lo straniero. Quando si condivide non ci si sente stretti ed ecco perché l’ambiente appare più grande.

La prospettiva va anche oltre, fino a cogliere la nostra stessa storia, se guardiamo a come le vicende dell’esodo e dell’esilio sono rivisitate dalla comunità cristiana: nell’Apocalis- se, infatti, non si parla semplicemente di un allargamento dei confini, ma piuttosto di un loro superamento: la nuova terra mostrata a Giovanni (Ap 21) ha come capitale una Gerusalemme con le porte sempre aperte, per accogliere tutta l’umanità. Da essa sparisce anche ogni simbolo di potere, rappresentato dal tempio, in quanto unica guida è Dio, che regna attraverso Gesù, l’agnello immolato, che incarna in sé tutti gli ultimi e i diseredati con i quali ha solidarizzato nella sua vita di servizio. L’autore dell’Apocalis- se, che scrive in un tempo in cui un piccolo gruppo di cristiani cerca di resistere alla forte pressione del potere che si manifesta sia con forme di violenza persecutoria sia, peggio ancora, con gli strumenti di una propaganda affascinante, rilegge la Scrittura e trova nei racconti di liberazione dell’esodo e del ritorno dall’esilio il criterio per capire il corso nascosto della storia umana. Mentre il potere, infatti, presenta una storia ideologica per la quale vince chi distrugge l’altro o lo riduce a strumento della propria affermazione, la logica della creazione, che rivive anche nella storia del popolo ed è alla radice del cristianesimo, dice che si vince realmente quando si fa spazio all’altro, quando si vive la condivisione. Ogni volta che nella bibbia si vive un momento di sofferenza dovuta al dilagare dell’ingiustizia, c’è sempre, quindi, una parola profetica che ripresenta il sogno di Dio di una terra che diventa spazio comune di convivialità, perché la catastrofe fa emergere in tutta chiarezza l’assurdità della contrapposizione tra gli uomini.

Certamente anche oggi, nella manifestazione concomitante di tante crisi, da quella ambientale a quella economica a quelle politiche, dobbiamo cogliere l’opportunità di un cambiamento nella direzione di quel sogno. Certo, è drammatico vedere che proprio l’occidente che si richiama ipocritamente alle radici bibliche e la terra dove la bibbia è stata creata manifestano gli aspetti più negativi dell’ideologia del rifiuto dell’altro; tuttavia, come al tempo dell’Apocalisse di Giovanni, la resistenza di pochi, basata sull’ascolto di una Parola che anche allora era da altri ampiamente fraintesa e manipolata, ha messo le basi per dei cambiamenti epocali. Noi non sappiamo che effetto produrrà il nostro impegno per la giustizia ma se guardiamo la bibbia con gli occhi dei testimoni che l’hanno vissuta e raccontata, possiamo coltivare la fondata speranza che il nostro impegno, vissuto nella povertà e nell’anonima- to, potrà creare quella nuova terra dove la giustizia è di casa. ☺

mike.tartaglia@virgilio.it

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