Una forma di paralisi
19 novembre 2018
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Una forma di paralisi

Con Dubliners [pronuncia: dabliners] l’eurocentrica Europa definisce, in maniera impropria, tutti coloro che, migrando da altri continenti o Stati, sono entrati nell’ Unione Europea in base al Regolamento di Dublino: sono coloro che, giunti in Italia come terra di primo approdo, hanno poi proseguito il viaggio ed hanno stabilito la propria residenza in altre nazioni dell’Unione. Per effetto di una serie di controlli, basati anche sul confronto delle impronte digitali e delle banche dati, alcuni di essi incorrono nei decreti di espulsione vedendosi costretti nuovamente a tornare in Italia. “Dublinanti” li chiamano, allo stesso modo in cui chiamerebbero i romani “romanti” o i milanesi “milananti”, fondendo insieme il nome proprio della città e la desinenza del participio presente!

È entrato in vigore nel 2014 il Regolamento di Dublino per definire quale stato dell’U.E. debba esaminare la domanda di protezione internazionale di un cittadino di un Paese terzo o di un apolide. Una persona è quindi costretta a vivere nella nazione che le ha riconosciuta la protezione internazionale e non si può trasferire legalmente in nessun altro Stato per lavorare, studiare o vivere stabilmente: così un rifugiato riconosciuto dall’Italia non è un rifugiato anche per la Germania! Questo il limite di tale provvedimento, tanti i modi di aggirarlo, tante le ingiustizie conseguenti. Di continuo si parla di cambiare queste regole, di renderle meno vincolanti e crudeli, ma nulla è stato ancora tentato!

La repubblica d’Irlanda, membro dell’Unione Europea, è oggi una nazione progredita, che cerca di essere al passo coi tempi, intenzionata a proseguire il proprio percorso di crescita, non soltanto economica, ma anche culturale e sociale. Eppure di emigrazione è ricca purtroppo anche la storia di questo paese: intorno alla metà dell’ Ottocento, causa una grave carestia, tanti irlandesi sono emigrati verso i territori delle Americhe. Il fenomeno si è ripetuto per diversi decenni.

Migranti di ieri e migranti di oggi: le loro storie, profondamente umane e dolorose, vengono oscurate, nascoste, ignorate; il loro dramma rimbalza a livello mediatico semplicemente come cifre di statistica o sterile polemica propagandistica; e tutto si concentra nel nome della città che ha ospitato i lavori dell’Unione Europea.

E se dico Dublino non posso non riferirmi ad un autore, cui questa città ha dato i natali nel 1882. “Volevo scrivere un capitolo della storia morale del mio paese ed ho scelto Dublino perché la città mi sembrava il centro della paralisi”: queste le parole che James Joyce ha scritto, nel 1906, in una lettera al suo editore prima della pubblicazione della sua celebre raccolta di racconti, Dubliners, in italiano ben conosciuta con il titolo Gente di Dublino.

James Joyce, l’antesignano di una scrittura narrativa rivoluzionaria e maestro per le generazioni successive, irlandese di origini, prende le mosse dalla sua città natale per costruire un percorso letterario volto a rappresentare in maniera nuova ed originale il suo tempo. Organizzate secondo una sequenza che richiama le diverse fasi della vita (fanciullezza, adolescenza, maturità), le novelle di Gente di Dublino ritraggono una città dominata dall’immobilismo e dalla rassegnazione: Joyce la chiama paralisi.

Perché l’aria che si respira, gli odori che si percepiscono, l’ atmosfera che si coglie sono quelle di una città in cui uomini e donne, di diverse età, conducono la propria esistenza di prigionieri: della mente prima che delle proprie abitazioni. È l’incapacità di vivere, la sospensione tra il desiderio del cambiamento e la paura che esso si verifichi, tra la possibilità di inseguire le proprie illusioni ed il ritorno ad una vita monotona e vuota. È il senso opprimente che lo stesso Joyce ha personalmente sperimentato e che lo ha costretto ad abbandonare l’ Irlanda per cercare altrove la sua realizzazione di artista, libero e controcorrente. Non così una delle protagoniste dei suoi racconti, Eveline, combattuta tra la volontà di tagliare ogni legame con la città e con un padre ingrato e il desiderio di seguire in Argentina l’uomo che ama. Abbandonerà per sempre il suo sogno quando al molo sta per imbarcarsi sul piroscafo: incapace di muoversi, bloccata dal terrore, la giovane fisserà immobile la nave che si allontana.

Viene da chiedersi cosa differenzi la Dublino dei primi del Novecento dall’attuale Europa che, per scelta politica, mostra – quasi senza ritegno – la sua indifferenza verso il tema dell’immigrazione. L’ immobilismo dell’Europa cos’è se non una forma di paralisi? ☺

 

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