Una generazione di sfruttati
21 agosto 2018
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Una generazione di sfruttati

“Siamo una società che invecchia e per questo poggeremo sempre più sulle spalle di chi è in età da lavoro”: così la sociologa Chiara Saraceno. E allora quanta attenzione viene riservata, oggi, alle giovani generazioni?

Per definire i giovani sono stati coniati negli ultimi tempi diversi termini, non sempre lusinghieri: dai bamboccioni ai choosy [pronuncia: ciusi] – in italiano “incontentabili, schizzinosi”-, dai neet [pronuncia: nit] – disoccupati che non hanno conseguito un titolo di studio – ai webeti – neologismo sarcastico riferito a chi sta continuamente in rete.

Proprio perché legato strettamente alle cronache di questi giorni, che vedono il nuovo governo italiano provare a dare qualche risposta ai tanti problemi della società, aggiungerei all’elenco rider [pronuncia: raider]. Chi sono costoro? Sono i ragazzi delle consegne, quelli che, molto più frequentemente nelle grandi città, si vedono sfrecciare in sella alle loro biciclette o motorini con zaini termici sulle spalle; si muovono dai ristoranti o dalle pizzerie e suonano alla porta dei clienti con le pietanze ancora ben calde, pronte per essere servite a tavola.

Etimologicamente il vocabolo inglese è un sostantivo derivante dal verbo ride [pronuncia: raid], già presente nell’ antico inglese, il quale traduce l’azione di andare a cavallo – termine mutuato dalla civiltà medievale appunto – e che nel corso dei secoli si è ampliato di significato prendendo in considerazione qualsiasi mezzo di trasporto che viene “comandato” dall’uomo (automobile, moto, bicicletta, carro, ecc.).

Per comodità ed estrema sintesi oggi rider designa la persona – per lo più ragazzo/a o giovane – che a bordo del suo mezzo trasporta merci o cibi ed effettua la consegna a domicilio. Una condizione quest’ultima molto diffusa nelle realtà metropolitane, dove le distanze e gli spostamenti creano non pochi problemi, ma che si sta diffondendo anche nei piccoli centri nei quali la popolazione anziana, impossibilitata spesso a muoversi, è prevalente. C’è chi la considera quasi una missione: aiutare chi non è in grado di spostarsi, dare sollievo a persone sole o malate consegnando a domicilio spesa o farmaci, e per farlo affrontare qualsiasi clima meteorologico. Al riguardo non si dimentichi l’appello di questi ragazzi ai consumatori di una grande città italiana affinché scegliessero di non ordinare, almeno per la sera della nevicata!

Il rider viene considerato una professione figlia della rivoluzione digitale. Oggi puoi ricevere tranquillamente a casa tua tutto ciò che desideri: è questo il miracolo della rete che ti induce – purtroppo – a restare incollato ad uno schermo, ad azionare un semplice click, a cancellare (!) qualsiasi contatto con la realtà. Ma qual è il rovescio della medaglia? Semplicemente che poi la realtà, a casa, te la portano i rider, che i prodotti – e non solo il cibo – ti vengono consegnati da fattorini non sempre in regola, sottopagati e sfruttati, colpevoli soltanto della loro giovane età che mettono a disposizione per un “mestiere” poco gratificante e per nulla redditizio. Situazioni, le attuali, che richiamano alla mente parole che credevamo avere lasciato nei solchi della storia passata.

“Che ne è dei giovani quando si affacciano al mondo del lavoro?” si chiede preoccupato Umberto Galimberti. “I lavori non sono tutti uguali, ma il vissuto che traspare è che oggi, forse, siamo in presenza di una alienazione ben più radicale di quella denunciata da Marx. … Nell’età della tecnica l’uomo non è più il soggetto del suo operare, ma il semplice esecutore di azioni descritte e prescritte dall’apparato tecnico, regolato dai soli criteri dell’efficienza e della produttività”.

Sostiene ancora Chiara Saraceno: “Adesso i giovani sono giustamente preoccupati dell’oggi, dall’accedere a un lavoro che garantisca loro, prima di una pensione futura, un reddito decente e un orizzonte temporale abbastanza lungo per poter fare progetti di vita”. Le loro prospettive si sono notevolmente ridimensionate, la fuga verso altri paesi o la rassegnazione alla perenne condizione di inocuppati aumentano sempre più, e ancora non si intravedono politiche serie, nonostante si continui a prospettare – come propaganda (?)- che ci si sta muovendo verso la soluzione del problema.

Brunella, giovane regista pugliese, si sfoga così con il filosofo Galimberti: “È difficile dare un giudizio definitivo. … Quello che posso aggiungere non è dunque una possibile risposta. È però la certezza che stimolare le domande, le riflessioni, dar voce alla nostra generazione ‘dimenticata’ che vuole ed ha ancora tanto da dire indica che noi non ci siamo ancora rassegnati. Indica che i giovani non sono ‘disfattisti’ e vogliono riprendersi, anche da lontano, lo spazio e il futuro sottrattigli in un paese che sentono ancora fortemente il loro, nonostante tutto. È un attaccamento disperato che andrebbe colto, anche quando è nascosto dietro la rabbia, la tristezza e il rifiuto”.☺

 

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