Una grave e mortale malattia
12 novembre 2018
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Una grave e mortale malattia

Oltre 60 milioni gli uomini mobilitati. Fra 8 e 9 milioni i caduti. Più di 21 milioni i feriti, per un terzo rimasti invalidi. Quasi 8 milioni il totale fra i prigionieri e i dispersi. Questi i costi umani, secondo le stime più attendibili – ma approssimate per difetto -, della Prima guerra mondiale. Anche il prezzo pagato dall’Italia, in termini di vite umane, non è determinabile con certezza. Il numero dei militari italiani caduti durante la Grande guerra oscilla fra i 651.000 ipotizzati, sulla base dei dati ufficiali del governo, dal demografo Giorgio Mortara nel 1925, e i 689.000 indicati dallo storico inglese Mark Thompson nel 2008.

Per quanto idealizzata come sacrificio per la patria, quella Grande guerra che si concluse il 4 novembre di cento anni fa fu una strage senza precedenti. E rimane un lutto collettivo da elaborare, non certo qualcosa che si possa, in alcun modo, festeggiare. All’indomani dell’armistizio che il 4 novembre 1918 l’Austria firmò con l’Italia, a Villa Giusti presso Padova, lo sosteneva già Benedetto Croce, il filosofo allora più importante in Italia, in questo frammento di saggezza tratto da Pagine sulla guerra: “Far festa perché? La nostra Italia esce da questa guerra come da una grave e mortale malattia, con piaghe aperte, con debolezze pericolose nella sua carne […]. E centinaia di migliaia del nostro popolo sono periti, e ognuno di noi rivede, in questo momento, i volti mesti degli amici che abbiamo perduti, squarciati dalla mitraglia, spirati sulle aride rocce o tra i cespugli, lungi dalle loro case e dai loro cari. E la stessa desolazione è nel mondo tutto, tra i popoli nostri alleati e tra i nostri avversari, uomini come noi, desolati più di noi, perché tutte le morti dei loro cari, tutti gli stenti, tutti i sacrifizi non sono valsi a salvarli dalla disfatta”.

Contro le retoriche belliciste così care al fascismo, insediatosi al potere appena quattro anni dopo, ma anche contro quelle eccessivamente festose celebrazioni collettive che ci aspettano in questi giorni (valga per tutti l’esempio del Palio straordinario di Siena del 20 ottobre, dedicato al Centenario della fine della Prima guerra mondiale), la miglior risposta possibile è l’opera di un nostro grande poeta, Clemente Rebora. Dopo aver pubblicato nel 1913 i Frammenti lirici, che ne fanno una delle voci più interessanti dell’ Espressionismo europeo, partì volontario e partecipò al conflitto come ufficiale di fanteria sull’altopiano di Asiago e poi a Gorizia. Alla vigilia di Natale del 1915, pochi giorni prima della tanto sospirata licenza, un obice da 305 gli scoppiò vicino. Il trauma cranico e lo shock-shell, ovvero lo shock da bombardamento che ne riportò, misero fine alla sua esperienza di guerra. O almeno a quella combattuta sul fronte. Perché in quel momento iniziò per lui una sorta di guerra ‘interiore’, che lo portò nel 1929, dopo una crisi religiosa, alla conversione, e poi, nel 1936, alla decisione di abbracciare il sacerdozio. Con questa scelta iniziò anche un’altra fase della produzione letteraria di Rebora, quella del poeta mistico, di cui si ricordano Poesie religiose, Curriculum vitae Canti dell’ infermità, che precedettero di qualche anno la sua morte, avvenuta nel 1957, dopo una malattia cerebrale che arrivò ad immobilizzarlo.

Nel 2008, con il significativo titolo Tra melma e sangue, sono state ripubblicate da Valerio Rossi, per la casa editrice Interlinea, insieme alle tragiche lettere dal fronte, le poesie di guerra tratte dalla raccolta Poesie sparse e prose liriche (1913-1927). La forza, o meglio la loro incredibile violenza, è ciò che più colpisce il lettore, senza nascondere nulla dell’orrore che si stava consumando nelle trincee e senza fare nessuna concessione alla retorica.

Proprio per questo sarebbe auspicabile, in questi giorni di manifestazioni talora improprie, soffermarsi a leggere, fra le tante, una poesia terrificante come Viatico. Un soldato orribilmente mutilato, ma ancora vivo, solo, di fronte ad un destino ineluttabile, implora l’aiuto dei compagni. Dopo il disperato e mortale tentativo, da parte di tre di loro, di portare in salvo almeno quel che rimane del corpo del soldato morente, l’autore si augura che l’agonia di quest’ultimo possa finire in fretta. L’unica consolazione sembra essere la fine di tutto, la fine di una pazzia che sta distruggendo gli esseri umani di entrambi gli schieramenti. Perché allora Rebora sceglie per il titolo la parola “viatico” (l’ultimo sacramento, ovvero l’eucarestia in punto di morte), lui che ancora non crede? C’è forse l’auspicio, in un poeta soldato non ancora convertito, che la morte non sia la parola definitiva…

 

VIATICO

 

O ferito laggiù nel valloncello,
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che quasi più non eri,
tra melma e sangue
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,
pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha fine l’ora,
affretta l’agonia,
tu puoi finire,
e conforto ti sia
nella demenza che non sa impazzire,
mentre sosta il momento,
il sonno sul cervello,
lasciaci in silenzio –

Grazie, fratello.

 

1916

 

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