Una nuova economia
13 Giugno 2021
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Una nuova economia

Non sarà facile uscire dalla pandemia. Non mi riferisco solo alle incognite e alle difficoltà nel chiudere definitivamente la partita con il Covid. La vaccinazione di centinaia e centinaia di milioni di persone dovrebbe ridurre di molto la mortalità e la morbilità del virus nelle metropoli dell’Occidente. Anche se non è ancora chiaro cosa accadrà nel resto del mondo dall’Africa, al continente Latino-Americano, a quel grande e difficile paese quale è l’India. Rifletto piuttosto sulle conseguenze sociali, culturali e politiche che questi lunghi mesi di pandemia hanno determinato nella organizzazione delle nostre vite sociali. Ciò che rende particolarmente problematico il futuro, non è solo la pandemia che ha paralizzato le nostre relazioni sociali ed economiche per più di un anno, ma in primo luogo il momento, la fase storica nella quale  è esplosa questa epidemia globale. Noi siamo stati costretti alla solitudine della reclusione forzata, del famoso lockdown, quando in realtà la solitudine e la frammentarietà sociale erano e da diversi decenni all’ordine del giorno. È da lungo tempo che siamo entro una crisi di sistema. Una crisi non solo del PIL, ma anche delle organizzazioni politiche e sindacali e soprattutto di quei centri nervosi che sono stati fondamentali nella lunga storia della civiltà occidentale. La famiglia, le relazioni parentali, il mondo dei sentimenti e della stessa sessualità che sono state parte essenziale delle nostre società, sempre più sono ridotti ad ossi di seppia, a liturgie senza anima.

Non diversamente per la Religione, se è vero che sono meno del 20% i cattolici convinti, che negli ultimi venti anni la crescita dei non credenti è raddoppiata, e che ormai quasi il 20% degli italiani si dichiara estraneo a ogni appartenenza confessionale.

La stessa cultura del lavoro che è stato uno dei tratti identitari sia del mondo agricolo, sia di quello industriale, ha perso sempre più sostanza e senso. Il reddito di cittadinanza che corrisponde ad una emergenza reale, sempre più rischia di divenire il paradigma di una società nella quale il lavoro ha smarrito il suo valore sociale e individuale.

La pandemia ha colpito le nostre comunità, il nostro vivere sociale quando eravamo già in mezzo al guado e ha aggiunto fragilità a fragilità, paure a paure, povertà a povertà, individualismo a individualismo. Basti riflettere sull’andamento della natalità che rappresenta bene lo stato d’animo profondo delle nostre società: nel mese di Aprile, un anno fa, due mesi dopo l’esplosione dell’ epidemia il desiderio dei figli è crollato del 14%, come nel 1986 dopo l’esplosione di Chernobyl.

Così come abbiamo avuto un aumento esponenziale della povertà e delle diseguaglianze all’interno dei paesi e fra paese e paese, secondo l’OMS nel mondo a causa della pandemia vi sono fra 119 e 124 milioni di poveri indigenti in più e si è esasperata e moltiplicata quella tendenza che già operava da anni, alle diseguaglianze e alla concentrazioni di risorse economiche nelle mani di pochi.

Nella sostanza la pandemia ci dice che il re è ormai nudo, ci obbliga a riflettere sui grandi e strutturali problemi della crisi dei nostri tempi, a non chiudere gli occhi come gattini ciechi nella speranza che qualche miracolo possa cambiare il corso degli eventi. Pensare oltre la pandemia, questo è l’obbligo morale e politico che ci si presenta dinanzi.

In questo ultimo anno nei santuari dell’Unione Europea, nella nuova amministrazione americana, come  nella capitale della Cina vi è stata una rivoluzione del linguaggio. Tutti o quasi parlano di “sostenibi- lità”, di “transizione ecologica”, di “energia rinnovabile”, quando poi però si va alla sostanza delle cose, le scelte sono di ben altra natura.

La coerenza fra le parole e i fatti è la prima delle questioni. Bisogna evitare che il morto afferri il vivo e che le corporazioni economico-finanziarie decidano del futuro di noi tutti. Mi limito a indicare un correttivo essenziale, una premessa perché le buone intenzioni non restino tali, e perché la lezione della pandemia sia fruttuosa: mettere al centro dello sviluppo una nuova e sostenibile economia nei e dei Territori, e al pari tempo modificare radicalmente il rapporto fra le Città e il mondo Rurale. Si deve superare quel binomio che vuole da una parte una città ricca di cultura, di saperi e consumi e dall’altra un mondo rurale povero di tutto, sul quale scaricare le contraddizioni del vecchio e del nuovo sviluppo economico. Una visione sostenibile del futuro, una reale armonia fra l’essere umano e gli ecosistemi, così come una reale partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica non è pensabile senza un nuovo equilibrio demografico, culturale, produttivo e sociale fra la campagna e la città. Superare la chimica di sintesi in agricoltura, dare un nuovo e giusto valore al lavoro di chi produce cibo e cura il benessere della natura, far crescere nel mondo rurale innovazione e tecnologie, rendere i nostri paesi e le aree interne luoghi accoglienti sono un obiettivo sia per chi vive nelle metropoli, sia per chi vive nel mondo rurale. È il primo passo, se realmente si vuole un nuovo inizio.☺

 

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