Una politica al femminile
28 Aprile 2017
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Una politica al femminile

Soffia un vento che porta un profumo dall’essenza femminile nel Regno Unito. La scena politica, al di là dei flutti del canale della Manica, ha portato alla ribalta due personaggi di indiscutibile carisma: Theresa May, premier britannica e leader del partito conservatore e Nicola Sturgeon, primo ministro autonomo scozzese, nonché leader del Partito Nazionale.
Le due leader, divise politicamente dalle idee circa i destini dei rispettivi stati, oltre che dal Vallo di Adriano, rinverdiscono così, a diversi anni di distanza, i fasti del premierato della “Lady di Ferro”, Margaret Thatcher, detentrice ancora oggi del governo più lungo della storia dell’Inghilterra. Chissà cosa penserebbe l’eroe dell’indipendenza scozzese William Wallace nel constatare che a raccogliere il testimone della sua battaglia sarebbe stata, secoli dopo, un membro del gentil sesso, che tanto bene si fa valere nei confronti il regno della Croce di San Giorgio.
La storia si ripete: dopo le schermaglie seguite al referendum fallito per l’indipendenza scozzese di due anni e mezzo fa, quando prevalsero con il 55% i favorevoli a restare sotto la protezione di Londra, la nuova leader Nicola Sturgeon, promette impegno massimo per esperire qualsiasi tentativo pur di riuscire ad indire una nuova consultazione per l’indipendenza del suo stato, che significherebbe restare in Europa, dividendo così il proprio destino da quello dell’Inghilterra, che invece sta avviando il percorso di uscita dall’Unione Europea.
Ed allora la battaglia si sposta sui tavoli diplomatici: la May potrebbe non concedere il referendum alla Scozia, ma questa sarebbe una scelta molto rischiosa, causando un ricorso da parte di Edimburgo alla Corte Suprema. La Scozia tuttavia, qualora ricevesse un diniego alla consultazione da parte del Parlamento di Westminster, potrebbe a quel punto indire ugualmente il referendum, che però rischierebbe di non avere valore legale per il governo britannico: sarebbe una riedizione del voto per l’autonomia della Crimea, riconosciuto solo da Mosca, ma non dalla comunità internazionale.
C’è da auspicare insomma, che i governi di Londra ed Edimburgo tornino a dialogare senza dietrologie. Il primo, mettendo da parte le ragioni economiche, che vincolano la voglia di libertà scozzese: ricordiamo infatti che Edimburgo è il sesto centro finanziario in Europa, che Glasgow è uno dei principali porti con importanti cantieri navali e che Aberdeen è il più importante centro dell’industria petrolifera basata sui grandi giacimenti del Mare del Nord e che con l’indipendenza la Scozia acquisirebbe il 91% dei pozzi. Il secondo, nel ricordo che il popolo si è già espresso con voto popolare e soprattutto non cavalcando l’onda indipendentista dei vicini cugini dell’Irlanda del Nord, i quali hanno già risposto all’uscita del Regno Unito dalla UE con richieste di un referendum per la secessione e la riunificazione con il resto dell’isola irlandese. E negli ultimi tempi, come se non bastasse, voci di minacce di secessione arrivano anche dal Galles, sulla scia degli attriti dei confinanti.
Fatti politici, questi esaminati, che si incastrano in un mosaico sempre più difficile da comporre, i cui pezzi si auspica trovino la migliore collocazione possibile, ma che certamente restituiscono al palcoscenico politico europeo e mondiale il necessario carisma che merita il Regno Unito.
Se ciò è avvenuto, precedentemente per l’Inghilterra, e successivamente per il piccolo regno scozzese, lo si deve principalmente all’orgoglio e alle capacità indiscusse di queste due eroine tutte al femminile della politica inglese, Theresa May e Nicole Sturgeon. Un cambio di rotta, una ventata di novità di cui la vecchia e stagnante politica di Bruxelles aveva profondo bisogno.
William Wallace sarebbe fiero dell’eredità lasciata ai posteri.

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