Una politica da recuperare
13 Aprile 2015
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Una politica da recuperare

Non impareremo mai ad essere liberi nel senso più autentico. “Non c’è nulla di più allettante per l’uomo della libertà della sua coscienza, ma non c’è nulla di più tormentoso. Affermazione che si coglie in una pagina di Dostoevskij, uomo e autore che non scriveva… a caso. Continuiamo a ciarlare del più e del meno ma è l’essenza della nostra vita  che le lingue, e le azioni soprattutto, non riescono a cogliere. Un mondo squallido asservito alla comunicazione che sfila tracciati che esorbitano sempre più dal riferimento a valori e culture aperte alla conquista di un bene comunitario che spira dal basso. Siamo in tanti ad aver capito che la politica, quella autentica, è al tramonto. La centralità della polis non era né l’economia sregolata, né la voce e il volto del gruppo o della persona che gestiva il potere, anche avallata dall’opzione del popolo… bue. L’uomo moderno è assorbito da meccanismi impersonali e logiche di sistema nelle quali “l’economia è assunta a sostantivo e la politica è ridotta ad aggettivo”. Questa formula dispregiativa è di Mario Tronti, intellettuale che ha elaborato una tesi di critica che assoggetta i valori della politica di antico tempo storico alla dipendenza di interessi di parte che non consentono la priorità del bene comune. Così pure nel suo saggio l’autore non ha scrupoli nell’asserire che “il fine primo e, in ultima analisi, l’ultimo fine di qualunque partito politico è la propria crescita senza alcun limite”.

Il pensiero e l’impegno dell’uomo deve sottrarsi allo spirito di parte che, da sempre, conduce ad accomodarci in un recinto che assicura la quiete, l’immobilismo e libera la persona dall’inquietudine che ci prende  al momento in cui si è sollecitati a scendere in campo come singolo o gruppo coeso ma aperto a favorire innovazione e movimento che vada oltre il quieto subire dei forzuti deus insediati sui troni del potere. Singoli o partiti.

Il partito ti toglie la preoccupazione del pensare, la consegna del patrimonio mentale e la prassi operativa che comporta il farsene carico come impegno e responsabilità. La partitomalia in qualche modo ci segna tutti e sottrae a ciascuno il compito di pensare, analizzare, capire per poi programmare e agire.

In questi tempi la politica si è appropriata di modelli comunicativi che forniscono notizie che le fanno comodo; nasconde quelle che le causano problemi di responsabilità etica e di mercato e scarica del tutto la dimensione dialogica di antica provenienza dalla civiltà greca che aveva segnato per un mondo globale chiari traguardi di reciprocità e intesa volta anche a liberarci da tiranni e falsi maestri.

Ricordiamo la memoria di una donna che ha segnato con determinazione la volontà di recuperare il valore del bene comune in tempi in cui la partitocrazia portava avanti logiche e modelli di politica rinserrata nell’interesse di parte. Ricordiamo Simone Weil che ha fornito testimonianze e parole che oggi sono di piena attualità. “Il fine di un partito politico è vago e irreale. Se fosse reale esigerebbe un grandissimo sforzo di attenzione, poiché una concezione del bene comune non è cosa facile da pensare”.

Ancora oggi respiriamo un’atmosfera di mass-media che mette in chiaro risalto il non ascolto permanente tra interlocutori che non si curano affatto di quanto comunicano altri ed è ormai affermata la prassi di sovrapporre la propria voce a quella dell’altro. Sono queste testimonianze quotidiane che esplicitano l’emarginazione dell’idea di democrazia che si fonda sulla disponibilità a interloquire con l’altro per procedere anche alla ricerca di un bene comune che vada oltre le linee personali e di gruppo che non sempre si dispongono all’ ascolto che è una delle dimensioni di un linguaggio disposto al confronto e a un modello di intesa che promuove la democrazia autentica che non si rinserra nello spazio ristretto di gruppi, famiglie, movimenti e quant’altro reclusi nel loro piccolo mondo. I toni elevati sono più incisivi delle argomentazioni addotte ed è divenuto uno stile corrente il sovrapporre la propria voce a quella dell’altro.

Squallidi segnali che costituiscono una chiara prova che la democrazia è stata del tutto esiliata  da questo mondo. E il popolo vi si è adattato. Di più: molti di noi sfruttano questi modelli e li applicano in famiglia, a scuola, nei gruppi anche impegnati in ambito sociale e in itinerari umanistici ispirati alla solidarietà e alla sussidiarietà che dovrebbero, per principio, costituire campi di esercizio per la promozione di una democrazia operativa che dia segnali contrapposti e alternativi al modello di linguaggio e di prassi che tediano e costituiscono un chiaro clima di incomunicabilità tra diversi. La democrazia autentica è alimentatrice di relazioni tra diversi nella direzione della società comunitaria di cui oggi risentiamo una grave carenza. ☺