Una sfida globale
19 Gennaio 2019
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Una sfida globale

Con il vocabolo compact si intendono gli accordi o i trattati che vincolano i contraenti ad alcune condizioni. Un patto, un documento che impegna: ne è esempio il vituperato fiscal compact, con il quale i conti dello Stato italiano sono posti all’osservazione dei “burocrati” dell’U.E.

In questi giorni un altro compact ha calcato la scena politica: il Global Compact for Migration. È un documento delle Nazioni Unite redatto in collaborazione con i paesi maggiormente coinvolti nel fenomeno migratorio. In dicembre, in Marocco, alla conferenza intergovernativa sulle migrazioni, 164 nazioni hanno firmato questo Patto O. N.U. Inspiegabilmente (!) il governo italiano non ha partecipato alla suddetta conferenza, rinviando tutto ad un voto del Parlamento.

Già con la “Dichiarazione per i rifugiati e i migranti” di New York (2016) diversi paesi si erano impegnati a sottoscrivere e soprattutto a progettare il Compact: in realtà il Global Compact non è un testo vincolante, bensì una carta dei principi per la gestione delle migrazioni: questi principi sono rappresentati da 23 obiettivi tendenti a gestire la situazione nel massimo rispetto dei diritti umani, perché questa risulti “sicura, ordinata e regolare”.

Particolare attenzione viene riservata all’atteggiamento che spesso le nazioni assumono verso i migranti, ad esempio sminuire la portata dei fattori strutturali e delle condizioni che spingono le persone a lasciare il paese di origine (obiettivo 2), oppure porre attenzione al rischio di sfruttamento dei lavoratori. Il fine del Global Compact pare essere quello di sollecitare un’azione cooperativa degli stati, considerando la migrazione in tutte le sue dimensioni. Si vogliono pertanto fornire strumenti che consentano alle nazioni in cui il fenomeno è diffuso di impiantare azioni politiche in una cornice di principi comuni.

I contenuti del documento non sembrano distanti dalla linea politica che il governo italiano va perseguendo: appare perciò quasi incomprensibile la decisione di non sottoscrivere tale accordo. L’obiettivo 9, infatti, tende a rafforzare la risposta transnazionale al traffico dei migranti, favorendo azioni finalizzate a preservare la sicurezza dei singoli stati e conseguentemente “gestire i confini in modo integrato, sicuro e coordinato”.

E proprio la tenuta dei confini è uno degli aspetti più dibattuti: la sicurezza di cui tanto si discute e intorno alla quale ci si accanisce sembra riguardare appunto il confine. A ben riflettere l’etimologia del vocabolo è il latino cum-finis che non è altro che il solco tracciato dall’aratro nella terra, un solco che la trasforma: richiama quindi un gesto antico di cui si è perso il “con” (cum), cioè il fare insieme ad altri, attivare una cooperazione. Nel mito classico, poi, il confine è fatto per essere superato: il Finisterrae, fondato da Eracle con le famose colonne, non ha impedito il desiderio di conoscenza e di movimento; il confine è al contempo de- limitato ma aperto!

Secondo una stima dell’O.N.U. oltre 60.000 migranti sono morti dal 2000 mentre cercavano di lasciare il loro paese: per il segretario generale Antonio Gutierrez il Global Compact è stata “una soluzione globale ad una sfida globale”, mentre la cancelliera Angela Merkel considera l’accordo “fondamento della cooperazione internazionale”.

L’assenza del nostro Paese alla conferenza sul Global Compact denota indifferenza e cinismo rispetto a quello che potrebbe essere non un trattato legalmente vincolante quanto piuttosto “un percorso per prevenire la sofferenza e il caos”.☺

 

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