Una vita che abbaglia
11 gennaio 2018
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Una vita che abbaglia

“Il giusto è diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade” (Sap 2,14-15).

Il Libro della Sapienza appartiene anch’esso al corpus dei Sapienziali e nasce nell’epoca della minaccia dell’ellenizzazione forzata ai danni dei Giudei. L’Autore si propone di non abbandonare i credenti al disorientamento, persuadendo quanti erano affascinati dalla cultura ellenistica dell’eccellenza del patrimonio religioso tradizionale e proponendosi di recuperare quanti già erano stati travolti dalla corrente delle trasformazioni. Il Libro concorda con Giobbe e Qoelet sul fatto che la virtù non sempre venga ricompensata in questa vita, né il male punito. La sapienza è personificata e considerata come la compagna eternamente vicina dei credenti.

L’obiettivo è fortemente apologetico e consiste nel difendere la fede degli antenati. Ma a questo obiettivo se ne associa un altro: quello missionario. L’Autore, infatti, vuole instaurare un dialogo interreligioso, in polemica con la filosofia materialistica di Eraclito ed Epicuro e con la tendenza dei greci a divinizzare le creature. Il creato è buono e possiede in sé un forte valore salvifico, ma la radice dell’immortalità non risiede nell’uomo: è dono di Dio e deriva dalla comunione piena con Dio.

Emerge poi il forte legame che intercorre tra la sapienza e il giusto che diventa la sua sede preferita. Il giusto però non ha vita facile. Deve fare i conti con l’ostilità degli empi che sono l’incarnazione della necrofilia in ogni sua forma. Essi odiano la vita perché la ritengono “breve e triste”; simile a “traccia di nuvola”, “nebbia messa in fuga dai raggi del sole e abbattuta dal suo calore”, “passaggio di un’ombra”. Per essi la vita è un caso, quindi non ha senso né destinazione; per questo occorre godersela, lasciando ovunque i segni del proprio piacere. Non siamo nella visione del saggio Qoelet, ma nel disprezzo della vita e del suo donatore che ingenera peccato e sopruso: “Venite… Spadroneggiamo sul giusto, che è povero, non risparmiamo le vedove, né abbiamo rispetto per la canizie di un vecchio attempato. La nostra forza sia legge della giustizia, perché la debolezza risulta inutile” (Sap 2,6.10-11).

Gli empi proclamano la legge del più forte, facendo nella prevaricazione l’atmosfera del loro vivere. La forza brutale degli empi prende il posto della “legge della giustizia” e si assiste al rovesciamento dell’etica. Da questa tracotanza nasce l’atteggiamento di spadroneggiare sul povero, sulla vedova e sull’anziano e, se tutto questo risultasse ancora poco, ecco cosa sono in grado di architettare gli empi: “Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta… ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade. Siamo stati considerati da lui moneta falsa, e si tiene lontano dalle nostre vie come da cose impure. Proclama beata la sorte finale dei giusti e si vanta di avere Dio per padre” (Sap 2,12-16).

Appare qui l’identikit del giusto che è la cartina di tornasole che rivela il cuore tenebroso del suo popolo e di ogni uomo che si allei con la morte. La sua vita è in Dio, non è sottomessa al caso, né isolata o mortificata, ma una vita di relazione, una vita filiale. Per questo nel giusto si intravvede il ritratto di Gesù e di ogni giusto sofferente la cui vita è una luce che abbaglia il mondo.

La nostra società assorbe ogni giorno i veleni di una cultura necrofila e si ripiega su stessa alla ricerca di un godimento esasperato che anziché dare pienezza produce morte e devastazione. Anche la politica, che potrebbe essere sul serio la forma più alta di carità, viene inquinata da questi veleni. Servono cultori della giustizia, creature appassionate della vita e della storia, capaci di cura, di sguardo lungimirante, di generatività. Servono occhi capaci di vedere nell’acqua di giare immense e inutili il vino della festa nuziale. Servono occhi pieni di luce, occhi di Cielo!

 

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