una vita da schiavi
6 Marzo 2010
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una vita da schiavi

 

Sull’ultimo numero de La Fonte Silvio Malic è stato molto duro nel condannare il disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati il 13 maggio scorso – sul reato di clandestinità – e su cui  il Senato a larghissima maggioranza forzaitaliota e postfascista pone semplicemente il suo “OK”.  Tale disegno di legge, visto come la soluzione necessaria del problema dell’immigrazione clandestina, è logicamente collegato alla linea xenofoba dell’attuale maggioranza governativa e parlamentare, ma nello stesso momento è emanazione di un mutato orientamento popolare e sociale sulle tematiche dell’immigrazione e sulla presenza in Italia ed in Europa di larghe fasce di individui extracomunitari, non ritenuti né cittadini, costretti all’emigrazione perché politicamente  perseguitati nelle loro regioni d’origine, né persone naturalmente meritevoli di rispetto nella loro individualità materiale e spirituale. Questi soggetti sono considerati alla stregua di bestie, di schiavi, di rifiuti umani, di scarti sociali…

Sui punti nodali – l’utilizzazione delle ronde cittadine; il reato di immigrazione clandestina punibile con ammende pecuniarie fuori di ogni logica elementare ed obbligo della denuncia della presenza dei  clandestini da parte dei pubblici ufficiali, pena la carcerazione  per costoro da 6 mesi a 3 anni; il fermo nei CIE – Centri di identificazione e di espulsione – da 60 a 180 giorni dei clandestini allo scopo di essere identificati e rispediti al mittente, che in questo caso è la LIBIA di Gheddafi, indipendentemente dalla effettiva nazionalità dell’immigrato;  il costo in euro – 200 – della richiesta di cittadinanza; il costo della richiesta per il permesso di soggiorno – da 80 a 200 euro – del disegno di legge noi condividiamo le ragioni di critica razionale addotte da Silvio Malic e non ci soffermiamo più di tanto.

Tuttavia, proprio alla luce di questo radicale cambiamento di definizione dei rapporti interetnici e di accettazione della presenza di un “altro da noi”,  alcune riflessioni vanno fatte per poter approfondire un problema molto spinoso oggi per gli ambienti politico-culturali progressisti, ma anche per cercar di comprendere un fenomeno sul quale l’opinione pubblica, comune e molto ampia, fa sentire il suo peso fondato sulla paura e sul pregiudizio razziale.

L’associazione “Save the children” sostiene che il disegno di legge del 13 maggio ’09 sull’immigrazione potrebbe far aumentare la forbice della clandestinità, spingendo gli immigrati in un circuito ancora più oppressivo e disumano del lavoro nero.

In effetti, la condizione di quasi totale subalternità al lavoro nero è lo status attuale dell’immigrato, clandestino o regolare, in quanto le norme tutorie delle condizioni di lavoro e della dignità del lavoratore come persona vengono continuamente calpestate, sia per l’applicazione delle disposizioni contenute nella cosiddetta legge “Biagi”, sia per la diffusa prassi di negazione delle più elementari prescrizioni di tutela della salute del lavoratore, ritenute onerose per il datore di lavoro e quindi non attuate se non addirittura vilipese. Le cosiddette “morti bianche”, cioè quelle dei lavoratori che muoiono giornalmente sui posti di lavoro, confermano questo progressivo trend di disprezzo delle regole di tutela della salute del lavoratore dipendente. La flessibilità richiesta dal ceto imprenditoriale e padronale, la mobilità invocata per l’attuale crisi economica sono tutti elementi che si abbattono sul lavoratore che la crisi economica sta pagando in forme molto pesanti se non  punitive. 

La globalizzazione ha determinato disagio e nuova povertà, così come molti economisti e pensatori non liberisti avevano ribadito a margine del mancato successo referendario relativo allo Statuto della UE in particolare in Francia ed in Olanda.

La globalizzazione con le sue regole tese solo al profitto ed all’accumulazione ladronesca sta favorendo la diffusione di una cultura crescente della illegalità e del mancato rispetto delle regole, che in buona sostanza vanno nella direzione del disprezzo della persona, considerata come merce da utilizzare in maniera disumana per i tornaconti dell’impresa, anche se siamo in presenza di qualche lodevole eccezione che riguarda le piccole aziende.

Di qui, la strada verso il mancato rispetto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 appare breve: quello che conta oggi è il successo personale ed individuale dell’“hic et nunc”, del “costi quel che costi”; di qui, la diffusione di un modo di pensare che non abbraccia più la prospettiva di un eventuale benessere per tutti, di una società in cui il bene comune sia il bene di tutti. I conti, invece, li dobbiamo fare con il desiderio smodato del successo personale, del benessere presente e non di quello futuro che riguardi tutta una collettività nazionale.

Il raggiungimento del successo personale, del benessere individuale oggi e non domani – come praxis dell’individualismo spinto agli eccessi – sostituisce a pieno titolo la cultura dello “stato sociale”, nel quale le condizioni dei più deboli sono supportate dalle fasce sociali più abbienti, che accettano di  condividere il principio che chi abbia di più debba metterlo a disposizione di quanti ne facciano richiesta.

Tale individualismo prevaricatore degli interessi collettivi trova una sua giustificazione teorica nei concetti paleoliberistici per i quali colui che produce ricchezza diventa un individuo al di sopra delle leggi, delle norme, che invece tutti gli altri – i poveri, i non abbienti – debbono rigorosamente rispettare.

Pertanto, la società cresce sull’egoismo e sulla rapina; gli orizzonti della solidarietà sono messi in discussione proprio nella fase di maggiore diffusione della filosofia liberistica.

È soprattutto su questi versanti che dobbiamo procedere propagando i contenuti concettuali  della solidarietà e della condivisione; è all’interno di questa realtà sociale e culturale che dobbiamo vincere la nostra scommessa e non pronunciare solo giudizi sommari di critica feroce nei confronti di chi esprime avversione nei confronti dell’immi- grato. In questo momento dobbiamo augurarci di essere capaci di parlare con quanti sono diversi da noi ed esprimono giudizi sprezzanti o severi nei confronti dell’”immigrato”, del “pezzente”, dell’ospite indesiderato considerato come “scarto sociale” che magari puzza apparendoci sgradevole.

La strada è lunga ma noi la dobbiamo percorrere consapevoli delle difficoltà e bene motivati… ☺

bar.novelli@micso.net

 

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