Una vita in gioco
7 Giugno 2014
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Una vita in gioco

Cinque mesi fa, dalle pagine del la fonte, un amico mi ha invitato a parlare di Dario Canale, mio compagno di vita per sette anni. Ho cercato di dimenticare quell’invito, perché ancora oggi trovo difficoltà a parlare di questo tema, e lo spazio a mia disposizione non mi permette di farlo come si deve. Il 27 giugno prossimo saranno 25 anni dal giorno nel quale, in un albergo di Stoccarda, Dario ha messo fine alla sua vita. Questo gesto non è stato capito né dai suoi parenti, né dai suoi compagni di lotta contro la dittatura militare brasiliana e del partito comunista del Brasile. Per i parenti strane malattie lo avrebbero spinto ad effettuare quel gesto, per i suoi compagni  dietro le quinte si sarebbero mossi CIA, KGB e servizi segreti della DDR. Forse sono stata io l’unica persona che ha capito, almeno in parte, le ragioni di Dario. Dopo la sua morte, molti amici mi hanno chiesto se non mi sentivo tradita da lui. Ci eravamo sposati cinque anni prima ed avevamo molti progetti, molti sogni e tanti ideali in comune.

La verità è che non potevo sentirmi tradita, perche uno dei temi che ci accomunava è stato la libertà di ogni persona di decidere non solo la propria vita, ma anche la propria morte. A Parigi abbiamo visitato insieme anche il cimitero Père Lachaise, e Dario mi ha mostrato la tomba della figlia di Carlo Marx che si era suicidata insieme al suo compagno. Ricordo che quella è stata la prima volta che Dario mi espose la sua convinzione circa la libertà di scelta di ogni individuo. Mi diceva che molto probabilmente, nella vecchiaia, avremmo scoperto diverse malattie che avrebbero diminuito la qualità della nostra vita, che era probabile che i nostri cervelli avrebbero smesso di funzionare bene perdendo anche la facoltà di intendere e volere. Non sarebbe meglio, mi chiedeva davanti a quella tomba, mettere fine, insieme, alle nostre vite, forse arrivando ai 70 anni?

Il tema diventò, con il tempo, un punto fisso, sia come oggetto di discussione teorica che una specie di scherzo, perché ogni anno, all’ anniversario di matrimonio, Dario mi chiedeva quanti anni mancavano ai 70.

Non si può parlare di tradimento. Ma da quel 27 giugno c’è una domanda cui non riesco a dare una risposta definitiva. Il fatto è che Dario era un uomo con pochi desideri, non si curava né del cibo né delle comodità, non beveva e non fumava, ed aveva parecchi “principi” irrinunciabili: non guidava mai la nostra automobile, “per principio”, non partecipava a feste con molte persone, non aveva un animale domestico (perché gli animali non erano fatti per convivere con gli uomini), e non regalava mai fiori, perche quei fiori regalati erano fiori morti…

Ma, tra la fine del 1988 e l’inizio del 1989, notai in lui molti cambiamenti. Facevamo l’ennesimo viaggio in Italia, dietro mia richiesta, per passare il capodanno con la sua famiglia. Mi piaceva sfuggire per qualche settimana all’inverno berlinese e passare al clima più gradevole di Viareggio. Durante quel viaggio parecchie cose mi hanno stupito: per qualche centinaio di chilometri, Dario è stato al volante dell’automobile; a Venezia, dove stava per cominciava il carnevale, Dario ha comprato due maschere, e ha ballato con un gruppo di giovani in piazza San Marco mentre io stavo a guardare. Quando lasciammo l’albergo, però, per continuare il viaggio, Dario buttò le maschere nel cestino della spazzatura. Visitando una mostra di arte cinese in una piccola chiesa a Fiesole, Dario conversò a lungo con il monaco che faceva da guida, e uscendo, fece cenno al gesto di inginocchiarsi: Dario aveva rinunciato a chiese e religione, perciò stupita gli domandai il perché di quel gesto, mi rispose che era per rispetto a quel monaco. Arrivando a Viareggio, il primo giorno, Dario fece una lunga passeggiata con suo padre, cosa mai successa prima, perché suo padre rappresentava per lui l’autoritarismo, persino il fascismo.

Questi cambiamenti mi facevano convincere che Dario cominciava ad aprirsi anche alle cose normali e alle gioie della vita, che cominciava a vivere. Non potevo immaginare che già aveva fissato nella sua mente la data del suicidio: sapendo  che io dovevo andare a Stoccarda, con la scusa di farmi visita in quella città, gli è stato possibile scegliere, per quell’atto progettato, una stanza di albergo invece del nostro appartamento di Berlino del quale mia madre, che viveva sullo stesso pianerottolo, aveva le chiavi. Così poteva risparmiare alla suocera il colpo, il dolore, lo spavento, di trovarlo morto. Aveva pensato a tutto, ed aveva scritto quel libro, i “Sophodialoghi”, nel quale, lo sapeva bene, io potevo trovare la spiegazione della sua decisione.

E veramente quel libro mi ha aiutato molto a capire. Ma mi è rimasta in testa una domanda a cui non posso rispondere: come è stato possibile che io avessi interpretato  quel “mollare i principi come l’inizio di una vita più leggera, più allegra, più rilassata, mentre in realtà era Dario che diceva addio alla vita, non aveva più bisogno dei principi, non doveva più essere così duro con se stesso, poteva mollare?

E la mia domanda è questa: fino a che punto, interpretando le azioni di una persona con la quale condividi ideali, sogni, una persona che ami con tutto il cuore, stai interpretando questa persona o stai interpretando te stessa, ed invece di capire a fondo questa persona stai solo vedendo il tuo riflesso?

Chiedo perdono ai lettori de la fonte per aver parlato di Dario cominciando dalla fine e prometto di trovare altri momenti per parlare di Dario il rivoluzionario, il combattente, l’uomo che non ha mollato mai, neanche quando è stato brutalmente torturato in Brasile.

Un’ultima domanda: nel momento della morte, Dario ha mollato o ha compiuto un atto di supremo coraggio?☺

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