Università e territorio
16 aprile 2018
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Università e territorio

L’orizzonte dell’Università è il mondo: formazione e ricerca sono guidate dal carattere universale del lavoro accademico e i giovani laureati dovranno sapersi muovere sulla scala globale. Tuttavia ogni Ateneo è sempre collocato in un contesto territoriale, urbano o rurale che sia, di cui è necessario tenere conto come ambito al cui benessere contribuire e come laboratorio nel quale sperimentare analisi, interpretazioni e modelli. La mia idea è che esista un valore universale del locale, del territorio considerato al tempo stesso oggetto e soggetto della conoscenza, ambito di convergenza di discipline diverse, di saperi esperti e saperi contestuali, scientifici e umanistici, terreno d’incontro tra cultura e politica. Più si tende alla dimensione globale e più l’ancoraggio al locale (ben distinto dal localismo) e l’attenzione per i temi territoriali diventano elementi di forza e di apertura. Più si riesce a sperimentare localmente, più si viene riconosciuti globalmente.

Oggi, prendendo atto del fallimento del 3+2 (ovvero la scomposizione del percorso di studi in laurea triennale e magistrale) introdotto dalla riforma Berlinguer e della sostanziale dequalificazione dell’Università italiana nel suo complesso, aggravata dalla legge Gelmini e dalla progressiva riduzione di risorse, gli Atenei si trovano sospinti a recuperare spazi di autonomia e a percorrere nuove strade: il necessario posizionamento nazionale e internazionale della ricerca e della didattica devono intrecciarsi con una ridefinizione del rapporto università/territorio, rivendicando un riconoscimento, in termini normativi e di risorse, del valore della presenza universitaria nei diversi contesti regionali. Invece l’abusato e fuorviante concetto dell’eccellenza, così come gli artificiosi e costosi meccanismi della valutazione, inducono a concentrare l’attenzione su pochi poli – ricchi, privati, settentrionali – e a trascurare l’insieme del sistema nazionale, a sottovalutare la sua ramificazione territoriale, che soprattutto in un paese come l’Italia aveva rappresentato uno degli aspetti della democratizzazione della società.

Per l’Università del Molise, istituita nel 1982, il contesto di riferimento è un contesto regionale: una piccola regione dell’Italia del Sud-Est, un’area mediterranea, ponte tra occidente ed oriente, una cerniera tra nord e sud. Le “terre dell’oblio”, come in certi momenti della storia sono state chiamate, e come purtroppo si è sostanzialmente continuato a pensare nell’Italia contemporanea. Una terra dove lo sviluppo è arrivato poco e a balzi, con un’identità debole e di difficile definizione; un’area soggetta a spopolamento e svuotamento e che quindi rende necessario aprire le porte a nuovi percorsi di conoscenza e ad un ruolo dell’Università come punto di riferimento per reagire a processi di marginalizzazione e alimentare fenomeni di rinascita territoriale. Per questo nel 2016 è nato ArIA, il Centro di Ricerca per le Aree Interne e gli Appennini, che sta supportando vari ambiti territoriali – dal Matese al Fortore e al resto del Molise – nella elaborazione di programmi a valere sulla Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI). Per questo sono sempre più frequenti sul territorio regionale le iniziative nelle quali risultano coinvolti ricercatori e docenti dell’Università del Molise, Dipartimenti e Centri di ricerca.

Il modello insediativo e organizzativo dell’Ateneo molisano, articolato nelle sedi di Campobasso, Pesche-Isernia e Termoli, presenta tratti di specificità anche in relazione alle vocazioni territoriali (si pensi al polo degli studi sul turismo a Termoli). Tali sedi, superando la funzione di semplici strutture di decentramento universitario, devono essere intese come elementi di attrattività e ambiti di sperimentazione e di innovazione, in relazione costante con il tessuto sociale, istituzionale e produttivo. La visione di una università locale come sistema consente di evitare il costituirsi di recinti disciplinari e di diffondere maggiormente nella società l’idea di una Università vicina, visibile, trasparente, ma soprattutto utile. Permette altresì di instaurare relazioni istituzionali a rete e non polarizzate, il che aiuta a governare i processi di conflitto/integrazione tra istanze territoriali e mondo universitario.

Il modello organizzativo si deve riflettere anche sui contenuti. Dobbiamo quindi assumere la questione delle aree interne, dell’agricoltura e del patrimonio culturale (in una visione che va dall’art. 9 della Costituzione, alla Convenzione europea del paesaggio e al Codice dei BBCC e del paesaggio) come un asse centrale di lavoro. Le aree interne e rurali in particolare possono trovare nella “propria” Università la fucina del loro futuro e lo strumento di un nuovo protagonismo territoriale. L’Università è infatti, sia in relazione alle funzioni didattiche e di ricerca che a quella ineludibile cosiddetta di “terza missione”, un ambito privilegiato per costruire scenari partendo dalle vocazioni territoriali, dalle risorse e dalla sostenibilità del loro uso. L’attività innovativa di una regione può trarre certamente beneficio dalla presenza dell’Università, oltre che dalle infrastrutture ICT e dalla disponibilità di strumenti finanziari.

Il Molise è per me il contesto ideale in cui sperimentare un più avanzato rapporto tra Università e territorio, inteso come una relazione reciproca che rafforzi entrambi e che possa rappresentare per il nostro Ateneo la possibilità di essere all’avanguardia del sistema universitario nazionale proprio per quanto riguarda questo binomio, come capacità di incidere realmente sul processo di sviluppo locale nell’ottica del cambiamento strutturale della società e dell’economia. In questa prospettiva sarebbe possibile portare un contributo anche al recupero del legame tra cultura e politica, tra lavoro accademico e formazione delle classi dirigenti, a partire dalla messa a punto di indicazioni metodologiche per il governo del territorio.

Ma per muoversi più speditamente in tale direzione serve un radicale cambio di mentalità, nell’Università e sul territorio. Occorre che il sistema universitario riesca a sottrarsi alle politiche di stampo dirigista che lo hanno reso macchinoso, burocratico, costoso e inefficiente. A ciò si deve accompagnare una visione strategica condivisa con l’istituzione regionale, come occorre che sul territorio riprenda vigore il sistema istituzionale incentrato sui comuni e la partecipazione dei cittadini, anch’essi annichiliti da decenni di politiche neoliberiste. ☺

 

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