uscire dal guado   di   Famiano Crucianelli
8 marzo 2013
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uscire dal guado di Famiano Crucianelli

 

Il partito democratico, la lega e il partito di Berlusconi insieme perdono 11milioni di voti, Grillo conquista  8 milioni e seicentomila voti: una vera rivoluzione. Fra i giovani che hanno votato per la prima volta, tre milioni di nuovi elettori, Grillo prende quasi il 50%, Berlusconi 450.000 voti e il Pd ancor meno: siamo oltre il ‘68, perché quei giovani allora occuparono le università, volevano cambiare la società, ma avevano un futuro; ora abbiamo la grande maggioranza di giovani, milioni e milioni, che sono senza alcuna prospettiva. Nella prima metà del secolo passato cambiamenti così radicali nelle istituzioni hanno sempre anticipato crisi di interi sistemi, rotture rivoluzionarie e guerre. Si dirà che oggi è un’altra epoca, un’altra fase storica. Sarei prudente in un’affermazione così rassicurante. La realtà è che l’Italia è su di un piano inclinato di grande pericolosità, continuare a nascondere la testa sotto la sabbia è la cosa più stupida che si possa fare. Quando in alcuni grandi paesi europei la maggioranza dei cittadini ha ormai da perdere solo le proprie catene, tutto può accadere. Le cause di questo stato di cose sono sotto gli occhi e si possono sintetizzare con due simboli eloquenti: Berlino e Roma, ovvero la politica della Merkel e la miopia delle classi dirigenti dei partiti italiani, la irresponsabilità dei tanti che hanno popolato il Parlamento e le istituzioni romane.

Consiglio sulla prima decisiva questione la lettura di un libro di Keynes, consiglio che andrebbe esteso ai responsabili della politica tedesca: “le conseguenze economiche della pace” del 1919. Sempre Keynes scriveva alla madre nel 1917 che le durissime riparazioni imposte alla Germania avrebbero portato il continente nel giro di due, tre decenni a un altro devastante conflitto e alla “scomparsa dell’ordine sociale come lo abbiamo sin qui conosciuto”. La politica di austerità che il governo tedesco ha imposto, con la complicità di tanti, al continente europeo, con il suo carico di recessione economica e di ingiustizia sociale, è la prima delle cause della  rivolta che si è materializzata nelle urne alle elezioni del 24/25 Febbraio. La storia non insegna mai abbastanza. Dovrebbe essere chiaro che, continuando così le cose, alla fine il conto lo pagheranno non solo i paesi del Sud dell’Europa, ma anche il popolo tedesco.

Seconda questione: la totale miopia e irresponsabilità della così detta classe dirigente della sinistra e del Partito democratico, la sola che avrebbe potuto cogliere per tempo le inquietudini della società e del mondo del lavoro. Vorrei ricordare ai piccoli e grandi soloni della sinistra che ancora nel 1989 il Partito comunista, già logoro e sotto le macerie del muro di Berlino, prendeva alle elezioni il 28%. Quello era un partito certamente in difficoltà e provato dalla storia, ma era pur sempre un partito popolare con un gruppo dirigente rispettato. Oggi il Pd si presenta come un coacervo di interessi particolari, organizzato in comitati elettorali, in correnti personali, distante dai problemi gravi dei cittadini e dei lavoratori e con una classe dirigente nella sostanza sempre uguale a se stessa. I vertici del Pd continuano a rifiutare queste affermazioni con la giaculatoria delle primarie;  è giusto dirsi le cose come stanno. Bersani ha fatto bene ad accettare la sfida di Renzi, ma bisognava poi riflettere con serietà su quel risultato, perché allora si sarebbe arrivati alla conclusione che il segretario del Partito sostenuto dal 95% di tutta la struttura politico-istituzionale era numericamente arrivato primo, ma politicamente non aveva vinto. Per recuperare quella debolezza di partenza sarebbe stata necessaria una rivoluzione copernicana nella selezione dei candidati e nella formazione delle liste. È successo esattamente l’opposto. Abbiamo avuto le così dette primarie per il parlamento confezionate e manipolate nei meccanismi interni di partito e realizzate fra Santo Stefano e Capodanno, per poi concludere con liste dove a pioggia sono stati imposti molti, troppi candidati eccellenti.

Sarebbe sufficiente fare riflettere seriamente su ciò che è accaduto in Molise senza nascondersi dietro una vittoria che è più apparente che reale. A casa nostra, in Molise, il centro-sinistra ottiene un risultato positivo alle elezioni nazionali e regionali non perché abbia intercettato la spinta al profondo cambiamento che viene dal paese, ma per tre ragioni di tutt’altra natura: perché la destra si è frantumata, perché a livello regionale si è andati a un rapporto incestuoso con una destra trasformista e famelica e infine perché Iorio era impresentabile a tutto e a tutti.

Siamo solo all’inizio di una sfida che sarà lunga e pericolosa, siamo di fronte a un passaggio storico ricco di incognite e di cambiamenti e dobbiamo evitare furbizie ed errori che potrebbero essere fatali. Una scelta drammatica e suicida per la sinistra democratica di questo paese sarebbe quella di un governissimo con Berlusconi;  non salveremmo noi stessi e non salveremmo il paese. La scelta fatta da Bersani di sfidare Grillo e il suo mondo sul terreno del cambiamento è la sola via realistica e responsabile. Questa legislatura durerà comunque poco, andare alla prossima e decisiva prova abbracciati a Berlusconi sarebbe un salto nel precipizio. Il governo regionale nasce, almeno in una sua parte significativa, fortemente ipotecato dal passato, e grande  è il rischio del continuismo e del consociativismo deteriore.

Noi comunque aspetteremo la prova dei fatti sul terreno dei comportamenti, delle scelte istituzionali e dei programmi, aperti a discutere e ad operare con forze e uomini che intendano raccogliere la sfida al cambiamento. L’era dei gattopardi è comunque finita, bisogna solo avere chiaro che siamo in uno di quei punti critici della storia dove può bastare poco per perdere tutto o per conquistare un nuovo mondo.☺

famiano.crucianelli@tiscali.it

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