Vado via
23 Maggio 2020
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Vado via

L’intervento di Mario, un agricoltore con un’azienda di 30 ettari, ha rotto il silenzio della sala. “La politica ha distrutto l’agricoltura. La burocrazia non ci lascia fare il nostro mestiere. Mio figlio ha deciso di lasciare la campagna. È andato a lavorare a Ferrara. Dopo anni di sacrifici è diventato manodopera in un’azienda metalmeccanica. Nel Molise non aveva futuro”.
Rabbia, emozione, consapevolezza, sensazione di impotenza, rassegnazione e ancora voglia di lottare. L’episodio ha evocato in me il ricordo dello strazio di mia nonna quando ha visto ripartire per “l’America” il figlio Nicola. Sì! Ripartire. Lui è stato il primo di quattro figli ad essere emigrato e dopo ben 14 anni era tornato con l’intenzione di restare. Ma, a suo dire, avendo trovato la medesima arretratezza nei costumi della pubblica amministrazione, nell’esercizio dei vari poteri, ha preferito tornare in quella terra lontana dove i diritti erano rispettati e le opportunità per una nuova vita non mancavano. Ciò, nonostante i preconcetti sugli emigranti esemplificati da quanto disse in una intercettazione nel 1973 il presidente Usa Richard Nixon: “Non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Il guaio è che non si riesce a trovarne uno che sia onesto”.
Sono passati ormai 50 anni e si continua ad emigrare e a parlare di migranti. Alcuni dati sul Molise fotografano una regione in via di estinzione. Negli ultimi dieci anni, oltre ad un accentuato processo di spopolamento (si è passati dai 317.000 abitanti del 2008, a 305.000 del 1 gennaio 2019), anche il mondo del lavoro è sempre più ridimensionato: 6.000 posti di lavoro in meno nel 2018. La disoccupazione cresce dal 9,1% al 13% e il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è raccapricciante: in provincia di Isernia siamo al 57,7% e in provincia di Campobasso al 34,5%. I molisani residenti all’estero risultano circa 87.000 persone, pari al 28,4% della popolazione. Siamo primi rispetto a Calabria, Basilicata e Sicilia per emigrazione fuori dai confini nazionali e questo triste primato riguarda soprattutto i giovani tra i 18 e i 35 anni, giovani che possiedono un livello di istruzione medio-alto, magari un master e/o addirittura un dottorato di ricerca.
C’è da chiedersi quali siano le iniziative della politica tese a creare posti di lavoro, a salvaguardare l’esistente, valorizzare un territorio che di per sé è una risorsa. E ancora quali siano le politiche regionali tese a dare dignità e futuro a quel tessuto produttivo che vede nell’agricoltura il 28,4% di aziende.
I dati sono impietosi, nel 2018 hanno cessato l’attività 362 imprese di cui ben 95 aziende nel settore agricoltura. Negli ultimi dieci anni 1300 giovani hanno detto addio al Molise e all’Italia e altri 1200 circa si sono riversati nelle regioni del nord come il figlio di Mario.
Se tutto ciò accade significa che la politica non risponde alle richieste dei cittadini e/o le discutibili politiche messe in atto sono inefficaci. Ma, più di ogni altra considerazione, sia di monito quanto registrato in un capannello di giovani in Piazza del Popolo a Larino. Erano seduti su di una panchina a poca distanza dalla mia e non è stato difficile ascoltare la loro conversazione. “Parlano di agevolare l’ imprenditoria giovanile, ma quando ho provato ad aprire una piccola azienda, dovevo investire circa diecimila euro. E chi me li dava!” esclama Antonio. “L’eventuale contributo regionale lo potevo incassare dopo anni di verifiche”. Giovanni, il più determinato, sbotta: “Sentite! Voi fate quello che volete. Io sono stanco. In Molise non abbiamo nessuna possibilità di trovare lavoro, progettare un futuro. Ho mandato curriculum a diverse aziende anche del nord. “Siamo spiacenti, il suo profilo al momento non ci interessa” … “Abbiamo personale in esubero, non assumiamo”. Queste alcune delle risposte. Adesso vado via. Me ne vado in Australia, sono convinto che lì troverò lavoro”.
Luca, che non aveva aperto bocca fino ad allora, tuona: “O emigranti o briganti, così scrisse Francesco Saverio Nitti … in alcune delle nostre province del Mezzogiorno specialmente, dove è grande la miseria e dove grandi sono le ingiustizie che opprimono ancora le classi più diseredate, è legge triste è fatale: o emigranti o briganti. Sono passati 160 anni e le ingiustizie e la mancanza di lavoro continuano ad essere cause di sofferenze. Io la penso diversamente da voi. Non voglio andare via, voglio essere brigante e trovare quelle forme organizzative e di lotta democratica, che mi danno la possibilità di restare e cambiare lo status quo e permettere a chi verrà dopo di noi di trovare un mondo migliore”.
L’ipocrisia del potere non paga. Dovremmo dare gambe alle parole di Papa Francesco “La gioventù è la risorsa più preziosa di ogni Paese. Proteggere i giovani, investire su di essi e offrire loro una mano è il modo migliore per poter assicurare un futuro degno della saggezza e dei valori spirituali cari ai loro anziani, valori che sono il cuore e l’anima di un popolo”.☺

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