valori non negoziabili?    di Silvio Malic
27 Marzo 2012
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valori non negoziabili? di Silvio Malic

 

“A mano a mano che la percezione dell’economia della salvezza nel tempo storico si appanna nella Chiesa, si vede l’economia stendere il proprio dominio cieco e derisorio su tutti gli aspetti della vita sociale. Allo stesso tempo, l’esigenza escatologica che la Chiesa ha trascurato ritorna sotto una forma secolarizzata e parodistica nei saperi profani, che sembrano fare a gara per profetizzare in tutti i campi delle catastrofi irreversibili. Lo stato di crisi e d’emergenza permanente che i governi del mondo proclamano oggi è proprio la parodia secolarizzata del perpetuo aggiornamento del giudizio ultimo nella storia della Chiesa”. Questo affermava, Giorgio Agamben, filosofo laico, nella chiesa di Notre-Dame di Parigi in occasione delle “Conferenze di Quaresima” su La Chiesa e il Regno. Non un discorso contro, né un argomentare polemico, ma un richiamo all’essenza stessa della chiesa da parte di chi non ha “altra autorità se non un’ostinata abitudine a leggere i segni dei tempi”, un laico che rivolge un appello alla comunità dei credenti.

Può un cristiano vivere solamente delle cose ultime? Già Dietrich Bonhoeffer aveva denunciato la falsa alternativa tra radicalismo e compromesso, che, in entrambi i casi, consiste nel separare del tutto le realtà ultime dalle penultime, cioè da quelle che definiscono la nostra condizione umana e sociale di ogni giorno. Come il tempo messianico non è un altro tempo cronologico, così vivere le cose ultime è vivere prima di tutto in modo altro le cose penultime, quelle del quotidiano. Messianico non è la fine dei tempi, ma la relazione di ogni istante, di ogni kairòs, con la fine dei tempi e con l’eternità.

La chiesa risulta strattonata tra due tensioni laceranti: quella di chi dichiara che la Chiesa di Roma ha chiuso il suo sportello escatologico poiché l’evocazione delle cose ultime sembra scomparsa dalle parole della Chiesa e quella famosa di Dostoevskij che rappresenta la Chiesa di Roma nella figura del “grande inquisitore”. Per la chiesa si tratta, piuttosto, di assumere seriamente l’invito del suo Maestro a leggere “i segni dei tempi” (Mt. 16,23).

Se la storia è “penultima” rispetto al Regno, questo ha il suo luogo innanzitutto in essa; ugualmente non vi è chiesa se non in questo tempo e attraverso il tempo. Le parole di indirizzo di saluto delle lettere apostoliche e dei primi scrittori cristiani sono così formulate: “alla chiesa di Dio che si trova (paroikousa) in” ad es. Corinto, Efeso. Paroikein (da cui parrocchia = soggiorno da straniero), significa vivere nel provvisorio, in esilio e definisce sia l’abitare del cristiano che la sua esperienza del tempo. Un “soggiorno” che non dice nulla della durata cronologica ma evidenzia la speciale natura dell’esperienza messianica del tempo: una trasformazione qualitativa del tempo vissuto. È un tempo che pulsa dall’interno del tempo cronologico, lo lavora e ne trasforma la nostra ordinaria rappresentazione. Mentre questa, in quanto tempo nel quale crediamo di essere, ci separa da ciò che siamo e ci riduce a spettatori impotenti di noi stessi, il tempo messianico, invece, tempo opportuno (kairòs), è il tempo che noi stessi siamo. È il solo tempo reale, il solo tempo che abbiamo; farne esperienza implica una trasformazione integrale di noi stessi e del nostro modo di vivere. Paolo ammoniva i suoi fratelli che “si trovavano” in Corinto: “il tempo si è fatto breve” (1Cor.29).

In questo contesto si gioca l’equivoco di chi vorrebbe la chiesa promotrice instancabile dei principi eterni che governino e sovrastino la storia; in tal modo tutti i conservatori che temono le impellenti trasformazioni di giustizia possono ben sperare che le lacerazioni rimangano accantonate purché non sia variato il governo delle cose. In pari modo altri si sentono intimoriti a partecipare alla “redenzione della storia” per non confondersi con quanti lottano perché nel tempo, qui e ora, sia avvertita la “percezione dell’economia della salvezza”.

Non serve cambiare governi, ben più urgente è ritrovare il rapporto con la vita che scorre nel tempo propizio in cui il Signore invoca prossimità al suo volto, nascosto nella vita e nel grido dell’uomo. Il vivere le cose ultime si ricomporrà allora nella capacità di vivere in modo altro le cose penultime. Vivere nel “tempo che resta” o vivere il “tempo della fine” non possono che significare una trasformazione radicale dell’esperienza e anche delle rappresentazioni abituali del tempo. Il tempo del Messia non può essere il tempo futuro. Il modo con cui Paolo indica questo tempo è sempre “Ecco (idou) adesso (nyn) il tempo favorevole (kairòs); ecco (idou) ora (nyn) il giorno (eméra) della salvezza (soterìas)” (2 Cor 6,2). All’eclissi dell’esperienza messianica corrisponde un’ipertrofia inaudita del diritto che pretende di legiferare su tutto. La giuridizzazione e l’economicizzazione integrale dei rapporti umani, la confusione tra ciò che possiamo credere, sperare, amare e ciò che siamo tenuti a fare o non fare, dire o non dire segna non soltanto la crisi del diritto e degli stati, ma anche quella della Chiesa.

Poiché la Chiesa non può vivere se non tenendosi, in quanto istituzione, in relazione immediata con la fine della Chiesa; se essa spezza la sua relazione con la paroikia (soggiorno da straniero) essa non può che perdersi nel tempo. Impellente preme la domanda: si deciderà la Chiesa a cogliere la sua occasione storica e a riprendere la sua vocazione messianica? Il rischio è che essa stessa sia trascinata nella rovina che minaccia tutti i governi e tutte le istituzioni della storia. ☺

 

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