Vaticano e finanza speculativa
14 Agosto 2018
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Vaticano e finanza speculativa

La questione del debito e del potere della finanza globale deregolata assume un significato particolarmente chiaro nel quadro politico ed economico-finanziario delineatosi in questo periodo convulso che va sotto il nome di Crisi istituzionale. Mattarella ha sancito, con il suo discorso pubblico del 27 maggio, la fine dello stato di diritto e l’ingresso ufficiale nello stato di mercato. Una postdemocrazia che solitamente diviene sostantivo senza una chiara ed univoca definizione e che oggi assume una valenza più chiara: le Costituzioni non avevano previsto un tale strapotere che oggi prevale sullo stato di diritto e siamo entrati nella postdemocrazia finanziaria. Stiamo valutando perciò fatti storici che richiedono un senso di gravità che oltrepassa la cronaca. Mattarella, con la sua ingenuità o altro, ha reso palese ed evidente la grande contraddizione che anima non un’epoca di passaggio, ma una nuova epoca.

Sottolineo, proprio in questo contesto, l’importanza del recente documento della Congregazione per la Dottrina delle Fede e del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, in quanto davvero rivoluzionario. Infatti, le “Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario”, Oeconomicae et pecuniariae quaestiones, sono un attacco preciso e forte alla speculazione e ai mercati senza regole. Ovviamente papa Francesco ne ha autorizzata la pubblicazione, in assoluta coerenza con il principio di una Chiesa povera al servizio dei più deboli. I tempi sono cambiati davvero se l’ex Santo Uffizio è alla testa della battaglia per la giustizia sociale ed economica. Il documento propone la realizzazione di un “ordine etico, come indispensabile fondamento per edificare una degna comunità degli uomini regolata da leggi improntate a reale giustizia”. La lucida analisi e le proposte relative alla finanza globalizzata superano per precisione e profondità anche i tanti studi approntati dai più prestigiosi istituti economici. Si dice, purtroppo, che dalla recente crisi finanziaria non si è sviluppata una nuova economia più attenta ai princìpi etici né una nuova regolamentazione delle attività finanziarie, che avrebbe potuto neutralizzare “gli aspetti predatori e speculativi” a vantaggio dell’economia reale. Non si è guardato al bene comune né si è cercato di creare e diffondere la ricchezza, eliminando le intollerabili disuguaglianze esistenti nel mondo. L’ex Santo Uffizio denuncia il rischio di emarginazione per la maggior parte degli uomini del pianeta, sempre più “esclusi e scartati”. Perciò afferma che ”si sente la necessità di intraprendere una riflessione etica circa taluni aspetti dell’intermediazione finanziaria, il cui funzionamento, quando è stato slegato da adeguati fondamenti antropologici e morali, non solo ha prodotto palesi abusi e ingiustizie, ma si è anche rivelato capace di creare crisi sistemiche e di portata mondiale”. Di conseguenza, anche la politica è resa impotente dalla sovranazionalità dei grandi networks economico-finanziari, diventando spesso ancillare di interessi estranei al bene comune.

Da qualche tempo è in atto “una cattiva finanziarizzazione dell’economia, facendo sì che la ricchezza virtuale, concentrandosi soprattutto in transazioni caratterizzate dal mero intento speculativo e in negoziazioni ad alta frequenza, attiri a sé eccessive quantità di capitali, sottraendoli in tal modo ai circuiti virtuosi dell’economia reale”. Si è entrati in un’economia dove il lavoro da bene diventa strumento e il denaro da mezzo diventa fine. Il risultato è la spregiudicata e amorale “cultura dello scarto” che ha emarginato grandi masse di popolazione. Non solo nel terzo mondo. Il documento non si limita a fare delle mere esortazioni morali ma affronta importanti questioni come la funzione sociale del credito contrapposta ai comportamenti usurari. Analizza la pericolosità di certi strumenti economico-finanziari che possono creare rischi sistemici, “intossican- do” l’organismo economico. In particolare certi derivati, quali le cartolarizzazioni, dopo varie transazioni, perdendo i valori reali sottostanti, aumentano i rischi e favoriscono l’insorgere di bolle speculative. Sono una sorta di “ordigni a orologeria”, soprattutto se sono negoziati sui mercati non regolamentati, più esposti all’azzardo e alle frodi. Nel documento vaticano si punta il dito su quei derivati che permettono di scommettere sul rischio di fallimento di una terza parte. “Il mercato di questi titoli, alla vigilia della crisi finanziaria del 2007, era così imponente da rappresentare all’incirca l’equivalente dell’intero PIL mondiale”, si ricorda.

Le proposte suggerite dalla Congregazione sono precise e pertinenti. Si chiede la certificazione da parte dell’autorità pubblica di tutti i prodotti che provengono dall’innovazione finanziaria; la regolamentazione del sistema finanziario; il coordinamento sovranazionale fra le diverse architetture dei sistemi finanziari locali per arginare una massiva deregulation e la capacità di aggirare le regole dei singoli Paesi; la separazione bancaria tra l’attività di gestione del credito ordinario e del risparmio e quella destinata all’investimento e al mero business; l’istituzione di Comitati Etici, in seno alle banche, da affiancare ai Consigli di Amministrazione; l’introduzione di una clausola generale che dichiari illegittimi, con conseguente responsabilizzazione patrimoniale di tutti i soggetti a cui questi sono imputabili, quegli atti il cui fine sia l’aggiramento delle norme vigenti; specifiche misure contro il “sistema bancario ombra” e la finanza offshore, che offrono grandi possibilità di evasione e di elusione fiscale. Si ricorda inoltre che basterebbe una minima tassa sulle transazioni compiute offshore per risolvere buona parte del problema della fame nel mondo. Invece “il sistema offshore, specie per i Paesi le cui economie sono meno sviluppate, ha finito per aggravare il loro debito pubblico. È stato infatti rilevato come la ricchezza privata accumulata nei paradisi fiscali da alcune élite ha quasi eguagliato il debito pubblico dei rispettivi Paesi.

Ciò evidenzia altresì come, di fatto, all’origine di quel debito vi siano spesso dei passivi economici generati da soggetti privati e poi scaricati sulle spalle del sistema pubblico. Fra l’altro è noto che importanti soggetti economici tendono a perseguire stabilmente, spesso con la connivenza dei politici, una prassi di socializzazione delle perdite. Tuttavia è bene rilevare come il debito pubblico spesso è anche generato da una malaccorta – quando non dolosa – gestione del sistema amministrativo pubblico. Tale debito, vale a dire l’insieme delle passività finanziarie che pesa sugli Stati, rappresenta oggi uno dei maggiori ostacoli al buon funzionamento ed alla crescita delle varie economie nazionali. Numerose economie nazionali sono infatti appesantite dal dover far fronte al pagamento degli interessi che provengono da quel debito e devono perciò doverosamente intraprendere degli aggiustamenti strutturali a tale scopo.

Di fronte a tutto ciò, da una parte, i singoli Stati sono chiamati a correre ai ripari con adeguate gestioni del sistema pubblico mediante sagge riforme strutturali, assennate ripartizioni delle spese ed oculati investimenti; dall’altra parte, a livello internazionale, pur mettendo ogni Paese di fronte alle sue ineludibili responsabilità, occorre anche consentire e favorire delle ragionevoli vie d’uscita dalle spirali del debito, non mettendo sulle spalle degli Stati – e quindi sulle spalle dei loro concittadini, vale a dire di milioni di famiglie – degli oneri che di fatto risultano insostenibili. Ciò anche mediante politiche di ragionevole e concordata riduzione del debito pubblico, specie quando questo è detenuto da soggetti di tale consistenza economica da essere in grado di offrirla. Simili soluzioni sono richieste sia dalla sanità del sistema economico internazionale, al fine di evitare il contagio di crisi potenzialmente sistemiche, sia dal perseguimento del bene comune dei popoli nel loro insieme”.

Credo che parole più chiare non si potessero dire, addirittura pochi giorni prima dello scoppio della crisi istituzionale italiana. Lo sguardo della Santa Sede è globale e l’Italia è solo la bocca di un vulcano che ha ripreso ad eruttare. In questo contesto i movimenti sociali globali ed italiani devono centrare la loro attenzione e convergenza collettiva su queste tematiche considerando che le analisi non mancano e forse la più avanzata o comunque l’ultima, in ordine di arrivo, proviene proprio dalla chiesa cattolica. Le realtà di movimento che si ispirano alla giustizia sociale e inclusiva e ad un modello sociale di superamento della finanziarizzazione deregolata, di cui si sente molto la mancanza, sapranno incarnare lo spirito dei tempi e aprirsi anche a letture di documenti fondamentali per la nostra epoca anche se provenienti dall’Oltretevere?

 

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