Venti liberi
5 Maggio 2015
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Venti liberi

È davvero assurda e motivo di profonde preoccupazioni oggi la condizione di non lavoro delle nuove generazioni, che dall’università ai beni culturali, dall’editoria al giornalismo, dall’organizzazione di eventi alla formazione, dagli stage agli umili impieghi della quotidianità sono costrette a forme di lavoro gratuito e umiliante, inteso anche come mostruoso strumento di depotenziamento sociale del lavoro e di ricatto di quanti sono occupati. Le classi dirigenti e politiche sono oggi complici di tale espressione del capitalismo e della finanza che, disprezzando la forza lavoro, manuale o intellettuale che sia, completa il suo strategico piano di controllo della società e della vita democratica delle nazioni. Ma focalizziamo alcuni momenti storici e particolari avvenimenti vicini alla nostra età.

Già dal 1947 l’economista Hayek indicava nella diminuzione del potere contrattuale dei sindacati la condizione per la quale la finanza internazionale e l’economia potevano tornare libere, non essere cioè più condizionate dalla politica. Tale progressiva tensione, nella sostanza “egoista” e “onnivora”, del capitalismo occidentale/americano comincia consistentemente a fare la sua apparizione soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale con il famoso Piano Marshall. Un flusso così cospicuo di denaro esprime non tanto un atteggiamento caritatevole del ceto capitalistico nei confronti di quei paesi che hanno conosciuto il dramma dell’atroce conflitto bellico e delle persecuzioni razziali, quanto la volontà di condizionare la vita, l’economia, l’autonomia nazionale dei singoli stati. Questo processo di presa del potere politico da parte delle banche e della finanza conosce una tappa rilevante nella dolorosa esperienza del default dell’Argentina (fine del XX secolo e primi anni del XXI), nella crisi finanziaria dei paesi dell’Asia orientale (India, Cina) del 2002, per arrivare alla bolla finanziaria e ai subprime nordamericani – 2007/8 – che trascinano nella sofferenza e nel quasi fallimento l’economia di numerosi paesi dell’Occidente industrializzato, di quelli della UE e, ultimi, dei paesi non industrializzati.

Negli anni Settanta del XX secolo ci pensano Reagan e la Thatcher a mettere in riga i recalcitranti oppositori del libero mercato. Oggi il Fmi, attraverso le dichiarazioni di alcuni studiosi che ad esso fanno riferimento, sostiene che siano direttamente rapportabili l’impoverimento dei lavoratori dipendenti e l’aumento smisurato delle ricchezze di pochi nel mondo al calo della rappresentatività delle organizzazioni sindacali. Dunque, un mondo profondamente ingiusto, illegale, complessivamente disorientato dalle lusinghe neoliberiste è quello in cui noi oggi ci muoviamo come individui, come gruppi associativi, come movimenti attivi nella società e sul territorio, tutti impossibilitati per molteplici ragioni a trovare la strada che ci porti a superare il capitalismo, così come oggi questo si esprime a tutto danno della persona, considerata come merce a esclusivo vantaggio dei pochi che godono delle ricchezze trafugate e dei privilegi estorti. Di qui, l’esigenza di capire in che condizioni si muove l’associazionismo sociale e politico che faccia o non riferimento a Libera contro le mafie a partire dal 1995, anno in cui Libera ha dato inizio al suo cammino civile sui temi della difesa della legalità e della Costituzione, della cultura dell’ antimafia, della memoria delle vittime innocenti di tutte le mafie, dell’utilizzazione sociale dei beni confiscati alle mafie.

Il 1995 ha inizio col governo tecnico di Lamberto Dini, dopo che il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, ha fatto cadere il governo Berlusconi. Il governo Dini è prevalentemente composto da professori universitari, accademici e quindi estranei alla realtà quotidiana e alle problematiche penose e amare della maggior parte della popolazione. Massimo D’Alema, neo segretario del Pds, in un suo libro pubblicato nel 1995, Un paese normale, mette in risalto la volontà del suo partito di andare al governo e di essere messo alla prova (cosa che succederà qualche tempo dopo, riservando agli italiani la sorpresa della partecipazione dell’Italia al conflitto armato nella ex Jugoslavia con il bombardamento di Belgrado!).

Romano Prodi, su sollecitazione di D’Alema, si candida come sfidante di Berlusconi e inizia il suo tour per l’Italia col famoso pullman, una Fiat 340, trasformato in macchina sullo stile americano con 10 posti a sedere, due scrivanie, un telefono, un fax, una piccola camera da letto ed una toilette.

Verso la fine di maggio viene arrestato Marcello Dell’Utri, l’amico e collaboratore di Berlusconi, che ha messo su in pochi mesi il partito di Forza Italia. Dell’Utri viene arrestato per ordine della Procura di Torino e rinchiuso nel carcere d’Ivrea con l’accusa di fatture false di Publitalia legate a fittizie e mendaci sponsorizzazioni sportive per 12 miliardi di vecchie lire.

Ma il bello sopraggiunge in autunno – 26 settembre 1995 – con la mancata cattura di Bernardo Provenzano e l’inizio del processo a carico del 7 volte primo ministro della Repubblica, Giulio Andreotti. L’episodio della mancata cattura di Provenzano si deve collocare all’interno di quella complicata (e ancora oggi confusa) vicenda nota come La trattativa, ossia il tentativo di un ipotetico accordo fra segmenti dello Stato (che chiedeva alla mafia siciliana di porre fine alla stagione delle stragi) e la mafia siciliana di Totò Riina e di Bernardo Provenzano. Il colonnello dei carabinieri Michele Riccio, ex collaboratore del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e della Dia diretta da Gianni De Gennaro, fa parte dei Ros agli ordini dell’allora colonnello Mario Mori. Il capitano Riccio ha un confidente molto affidabile, Luigi Ilardo, che gli indica i nascondigli di Provenzano. Quando viene deciso da Riccio la cattura, l’ufficiale dei Ros chiede al suo superiore, il colonnello Mori, l’autorizzazione a procedere che gli viene negata. Qualche mese dopo, il confidente Ilardo muore assassinato. L’altra vicenda, abbastanza nota ma nel complesso molto complicata, riguarda il processo all’on Giulio Andreotti; l’accusa della Procura di Palermo si articola in diverse voci (di cui riportiamo solo alcune): l’ex primo ministro sarebbe stato il più autorevole protettore della mafia siciliana; si sarebbe adoperato per fare assolvere i capi di Cosa Nostra; avrebbe protetto il banchiere della mafia Michele Sindona…

Infine, non possiamo tacere su una figura per noi esemplare, Alexander Langer. Nelle campagne vicino Firenze si uccide, impiccandosi ad un albero di albicocco, il 3 luglio, Alex Langer, giornalista e militante prima di Lotta Continua – di cui è stato anche direttore responsabile del quotidiano omonimo -, e poi dei Verdi. Alex, entusiasta pacifista, si impegna da subito contro il conflitto civile jugoslavo per una soluzione pacificamente condivisa del duro scontro etnico e politico. ☺

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