Viaggio nel tempo 5
13 Luglio 2019
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Viaggio nel tempo 5

Anche i mesi di luglio ed agosto del 1989 sono nascosti dietro un velo di nebbia. Ricordo soltanto il mio ritorno a Berlino, la scrivania di Dario con i documenti della sua vita e con un libro grande e pesante, di 120 pagine in italiano, ogni pagina accompagnata da un’illustrazione. Tutto ciò che vedevo su quella scrivania mi gridava “Studia, leggi, indaga, e sicuramente capirai”.

E così è stato. È stata un’estate di lettura, di ricerca del significato e dell’origine delle illustrazioni, fino al momento in cui arrivai a capire il motivo della scelta di Dario. Ero così occupata con la mia sete di capire che quasi non seguivo quello che succedeva intorno a me, fuori della mia casa, nella società della DDR che stava cambiando ogni giorno. E non cambiava in meglio, per niente!

L’unica luce in mezzo a tutta quella nebbia fu un viaggio in Nicaragua. Un viaggio di tre giorni, alla fiera del libro. Quel viaggio l’ho fatto con una borsa con la mia roba di ricambio ed una grande valigia piena di camicie. Erano i regali che gli avevano fatto i genitori negli ultimi sette anni, a Natale e al compleanno. Dario non aveva mai usato queste camicie, non le aveva neanche tolte dall’involucro, ed io le portavo in Nicaragua per consegnarle all’associazione dei combattenti sandinisti feriti durante la rivoluzione.

Tre giorni di ri-incontro con il Nicaragua, l’incontro breve con Eduardo Galeano, il mio scrittore sudamericano preferito. Il viaggio di ritorno, i due giorni in La Habana aspettando l’areo per Berlino, la sera in casa di un vicino dell’amico cubano che mi ospitava, l’ambiente pesante, quasi irrespirabile e, ore più tardi, la spiegazione del mio amico: quel giorno la radio e la tv cubana avevano dato la notizia della avvenuta fucilazione del generale Arnaldo Ochoa, condannato a morte, assieme ad altri, per corruzione, traffico di droga e alto tradimento. La tristezza che aveva invaso la casa del vicino del mio amico non era solo dovuta al fatto di vedere un eroe della rivoluzione trovato colpevole di alto tradimento, ma anche al fatto che il nostro ospite era un parente di Ochoa. Ricordo che quella fu la prima volta in cui pensai che Dario aveva avuto la fortuna di non conoscere fatti del genere, ma non sapevo che quel pensiero, nel corso degli anni trascorsi da quell’estate del 1989, doveva ricomparire sempre più frequentemente nella mia mente.

Tornando da quel viaggio nel tempo non posso non fermarmi all’estate del 1999, perché voglio parlare di un mio amico che morì 10 anni dopo Dario. Si chiamava Rodrigo, era cileno, ed aveva in comune con Dario il fatto di aver subìto torture. Rodrigo era stato, prima del golpe di Pinochet, l’editore del giornale del Partito Comunista Cileno, ed i militari golpisti lo torturavano per sapere dove il partito avesse nascosto le armi per una rivoluzione comunista. Rodrigo è stato uno di quelli che furono torturati con maggiore crudeltà, ma era un uomo un po’ particolare: era timidissimo, e compensava la sua timidezza utilizzando in un modo esagerato le parolacce. Un po` come Vittorio Sgarbi, ma non so se Sgarbi sia timido.

Rodrigo è diventato famoso fra i prigionieri politici della dittatura di Pinochet perché durante una sessione di tortura particolarmente brutale, cercando un attimo per prendere fiato, alla domanda “Dove hai nascosto le armi?” rispose: “Lo dirò fra poco, datemi una pausa…”. E quando i torturatori ripetevano per l’ennesima volta la domanda, Rodrigo rispose: “Le ho nascoste nel mio c…”.

Dopo la sua liberazione, grazie alla pressione internazionale, e dopo aver trovato asilo politico nella DDR con la moglie e le tre figlie, Rodrigo fu invitato ad un congresso del Partito Comunista Romeno, perché lui era membro della direzione del PC cileno all’estero. In una pausa, vedendo Nicolai Ceausescu in mezzo ad un gruppo di delegati stranieri, gli si avvicinò proprio  quando un delegato straniero volle sapere perché la Romania, come unico paese socialista, non aveva rotto i legami diplomatici con il Cile di Pinochet. Ceausescu rispose che era stato proprio a causa di questi legami diplomatici che parecchi prigionieri politici erano stati messi in libertà. “Quale prigioniero, per esempio?” domandò un altro delegato, e Ceausescu rispose: “Per esempio il camarada Rodrigo Rojas”.

In quel momento, Rodrigo si avvicinò al segretario del partito romeno dicendo: “Questo non è vero! Io sono Rodrigo Rojas, e sono stato liberato perché mia moglie ha trovato un buon avvocato ed assieme a lui ha mobilitato l’opinione pubblica internazionale… la mia libertà la devo a mia moglie e non a lei, camarada Ceausescu”.

Ho ricordato il mio amico Rodrigo e vi ho raccontato questa piccola storia per dire che esistono delle persone che non solo trovano il coraggio di fronte ad un nemico, ma anche di fronte ad un amico. Rodrigo è stato una di quelle persone, ed io ho sentito il bisogno di ricordarlo venti anni dopo la sua morte.☺

 

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