Viaggio nel tempo 9
11 Dicembre 2019
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Viaggio nel tempo 9

Sta per finire l’anno 2019, e sta per finire il mio viaggio nel tempo. Ricordare, mese per mese, l’anno 1989, è stato difficile, anche perché, allo stesso tempo, ho dovuto vedere come i mass media italiani hanno celebrato quello che chiamano “il crollo del muro di Berlino” senza chiedersi almeno una volta perché quell’evento non è stato, come si credeva, l’atto di nascita di un’Europa pacifica, solidale, democratica ed economicamente prospera. Per adesso mi conforta l’idea che forse, fra 70 anni, quando i vincitori ed i vinti di quella storia saranno tutti sottoterra, una storiografia oggettiva sarà capace di dare a quel 9 novembre 1989 il suo vero significato.

Per ultima volta, allora, vi invito a fare con me il salto indietro. È appena cominciato il mese di dicembre 1989. Sono a Leipzig, città che voi chiamate Lipsia, e faccio, come da quasi 20 anni, la traduttrice al festival internazionale del cinedocumentario. Ritrovo molti cineasti amici, venuti da Cuba, Algeria, Nicaragua, Brasile e tanti altri paesi, e tutti vogliono sapere cosa succede nel mio paese, e che cosa vogliono le masse che si riuniscono ogni lunedì nelle piazze di tutte le città della DDR. Il terzo giorno del festival è lunedì, e così invito questi amici a venire con me nella grande piazza di Leipzig per sentire le grida di “Il popolo siamo noi”. Grida che hanno fatto aprire il muro, dimissionare politici, permettere la formazione di associazioni e partiti, dissolvere il servizio segreto, la Stasi.

Troviamo dei posti un po’ rialzati e possiamo vedere molto bene la piazza gremita. Per un attimo ho l’impressione di essere nel film sbagliato. Vedo qualche bandiera della DDR, ma sopratutto vedo bandiere della Germania Ovest, la Repubblica Federale, e il grido che sento e devo tradurre ai miei amici non dice “Il popolo siamo noi”, ma “Siamo un popolo unito”. E non posso credere alle mie orecchie quando dal palco annunziano il prossimo oratore, che è… un politico della Baviera!

Questo è l’inizio della fine. Poco tempo dopo vengono indette le elezioni politiche per marzo del 1990, e per più di tre mesi, politici tedesco-occidentali fanno i loro comizi elettorali in un paese che non è il loro paese. Il fatto è che il 9 novembre non solo si è aperto il muro di Berlino per permettere ai cittadini della DDR di viaggiare dove vogliono, ma sono spariti i confini fra due stati riconosciuti internazionalmente. I politici occidentali sono accompagnati non solo da camion pieni di banane, cioccolatini e riviste tipo Playboy, ma anche da imprenditori che ispezionano le fabbriche della DDR, si fanno informare sul numero di dipendenti ed operai e sui mercati esteri serviti delle fabbriche.

Quando ritorno da Leipzig a Berlino non posso ancora immaginare tutto quello che verrà dopo. I primi attacchi, a Berlino, contro operaie ed operai venuti nella DDR dal Vietnam, dal Mozambico, dall’Angola, le prime svastiche dipinte sul muro del cimitero ebraico di Berlino, le elezioni di marzo in cui vincono i partiti che si sono collegati con partiti della Repubblica Federale, le fabbriche della DDR che, con la speranza di essere competitive, chiudono gli asili nido e le biblioteche… gli ex-proprietari di terra che ritornano per vedere come le cooperative agricole hanno lasciato quello che loro considerano la loro proprietà e che, in poco tempo, si riprenderanno perché la riforma agraria della DDR sarà, dal 3 ottobre del 1990 in poi, carta straccia.

Il primo luglio 1990 viene introdotto nella DDR il marco occidentale. Siccome non ho ancora 60 anni, dai soldi che ho in banca posso cambiare 2.000 marchi al cambio 1:1, tutto il resto si cambia due marchi nostri per 1 marco occidentale.

Dal 2 luglio aprono i supermercati dove posso spendere i marchi cambiati, ma trovo esclusivamente prodotti venuti dall’Ovest. Tutto quello che è stato prodotto dalle imprese della DDR è sparito dal mercato, ed una dopo l’altra le imprese chiudono e la gente perde il posto di lavoro.

Quando vedo oggi quello che succede in Italia con l’ex ILVA e con tante altre fabbriche, non posso non ricordare la linea aerea del mio paese, la Interflug, che fu venduta per 1 Euro – un euro! – a qualche cosiddetto investitore tedesco-occidentale.

L’unica cosa che è rimasta della DDR, fino al giorno di oggi, e che è stata introdotta in varie città dell’Ovest, è il piccolo uomo che decorava i nostri semafori e che i tedeschi occidentali non conoscevano.☺

 

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