Vino e territorio
6 Maggio 2022
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Vino e territorio

Ogni storia parte dal presente, anche quando inizia quasi tremila anni fa, come è per la vite e il vino in Molise. Prodotti, paesaggio e paesi costituiscono un patrimonio che fa di questa piccola regione italiana uno dei territori più ricchi di autenticità, un deposito di storia e di tradizioni in grado di alimentare coscienza di luogo, processi identitari e turismo nell’ottica della sostenibilità. Ce ne siamo resi conto anche nell’ultima edizione del Vinitaly, la più grande vetrina del vino italiano, che oltre ad accogliere un buon numero di viticoltori molisani, ha ospitato un significativo evento culturale: la presentazione del libro La vite e il vino: una storia enologica del Molise scritto da Sebastiano Di Maria e pubblicato dalle Edizioni Il Bene Comune. L’incontro è stato promosso dalla Regione, dalla Confederazione Italiana Agricoltori e dall’Associazione Nazionale Città del Vino. Oltre a Di Maria, professore all’Istituto Agrario di Larino e docente di Enologia nella sede di Termoli dell’Università del Molise, sono intervenuti il presidente delle Città del Vino, Angelo Radica, il direttore dell’Associazione, Paolo Corbini e il presidente del Consorzio di tutela della Tintilia, Pasquale Salvatore.

Il libro presenta la vitivinicoltura sul lungo periodo, così come si è venuta evolvendo nella realtà molisana, dalle testimonianze paleobotaniche e archeologiche fino agli albori del Duemila, quando prende corpo una rinascita dell’enologia regionale grazie alla reintroduzione della Tintilia, il vitigno autoctono quasi abbandonato che sta dimostrando come siano proprio le specificità a rendere visibili i territori locali nell’orizzonte globale. Forse l’abbiamo capito tardi, ma non è mai troppo tardi. Dopo le ricerche pionieristiche di Pasquale Di Lena e di Michele Tanno, ora Di Maria ricostruisce l’originalità di un percorso, evidenziando le tappe salienti che hanno contrassegnato la storia della vite e del vino. La narrazione parte da lontano, dall’antichissimo processo di domesticazione della vite nell’Asia Minore e dalla sua diffusione mediterranea, coltivata in Italia già in età preistorica per poi proseguire la sua marcia nel periodo greco e romano. Il ruolo del vino nel mondo sannitico e poi l’intensa attività dei Romani in questo settore fanno della viticoltura uno dei tratti dell’identità rurale e paesaggistica del Molise. Passata la crisi altomedievale, abbiamo la ripresa della viticoltura nella parte centrale del medioevo in connessione con l’iniziativa agricola e l’ organizzazione del territorio da parte degli ordini monastici e con la rinascita urbana che amplia i circuiti di uso e consumo del vino.

Tra XVI e XVIII secolo gli apprezzi feudali fanno emergere un quadro produttivo più mosso con l’estensione delle piantagioni come preludio di una nuova viticoltura tra ‘700 e ‘800, con i cambiamenti nei metodi di coltivazione, l’aumento della circolazione delle conoscenze e soprattutto con l’arrivo di un nuovo vitigno a bacca rossa: la tintiglia o tintilia. È il tempo in cui si assiste al declino della pastorizia transumante che per secoli aveva costituito l’asse centrale della struttura economica e territoriale, con una trasformazione in senso agricolo dell’economia che por- terà alla connotazione del Molise come una delle regioni più rurali d’Italia.

Questo moto di espansione del settore vitivinicolo viene interrotto dalle malattie parassitarie che dalla metà dell’800 in poi investono, per almeno un cinquantennio, la viticoltura italiana: prima l’oidio, poi la fillossera e la peronospora si abbattono come una tempesta sui vigneti. La fillossera, in particolare, rappresenta uno spartiacque di fondamentale importanza per la storia della vite. Più tardi, dagli anni ’60 del ‘900 prende avvio un contradditorio movimento per la modernizzazione della viticoltura molisana, inizialmente impostata più sulla quantità che sulla qualità e riguardante prevalentemente il Basso Molise, con il contemporaneo arretramento della tradizionale viticoltura collinare e montana, parzialmente attenuato, poi, dalla riscoperta della tintilia, che stimola il recupero della storica tradizione vitivinicola delle zone interne. La rivoluzione che si verifica a livello italiano nel corso degli anni ’80, anche come reazione allo scandalo del metanolo, determina un orientamento sempre più pronunciato della vitivinicoltura a favore della qualità. È proprio nella consapevolezza della crisi e nella prospettiva della qualità e della sicurezza alimentare che a Siena presso l’Ente Nazionale Vini – Enoteca Italiana, dove allora lavorava un altro larinese doc come Pasquale Di Lena, viene fondata l’Associazione nazionale Città del vino (1987), un’aggregazione di Comuni che si impegnavano a promuovere i territori vitivinicoli. È lo stesso periodo in cui si istituiscono le prime doc per il vino molisano (Biferno e Pentro), alle quali si aggiungeranno negli anni ’90 la doc Molise e le igt Osco e Rotae e infine la doc Tintilia nel 2011. Emerge nella parte finale del ‘900, dunque, la tendenza verso una viticoltura di qualità. Significativamente il libro si chiude proprio con il ritorno della Tintilia, che in poco tempo è assurta a simbolo della rinascita enologica del Molise. La sua emarginazione e la sua riscoperta sono il filo che lega il ‘900 al Duemila, che ricongiunge la tradizione storica con la prospettiva, integrando la dimensione agraria del vigneto, quella tecnica della cantina, quella sociale dell’occupazione e quella ambientale del paesaggio: un incrocio di risorse in grado di inserire il Molise nel quadro già ricco e articolato dell’ enogastronomia italiana.☺

 

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