Visione universalistica
3 ottobre 2015
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Visione universalistica

Quando Dio condusse fuori dall’Egitto il popolo d’Israele per dargli la terra di Canaan, gli diede anche una Legge la cui osservanza sarebbe stata la garanzia per continuare ad abitare in quella terra. La vicenda dell’esilio è stata riletta quindi come applicazione di una clausola del patto stipulato tra Dio e Israele sul Sinai: la mancata osservanza della legge ha provocato la catastrofe. Per sapere quali leggi erano state trasgredite, bisogna leggere i profeti: si tratta, per la maggior parte di essi, soprattutto della mancanza di giustizia nei confronti degli ultimi (basta leggere ad esempio il profeta Amos). Accanto alla mancanza di solidarietà, tuttavia, la causa principale che avrebbe portato all’esilio, sarebbe stata quella dell’idolatria, dell’ adorazione delle divinità straniere: “Ciò avvenne perché gli Israeliti avevano peccato contro il Signore loro Dio, che li aveva fatti uscire dal paese d’Egitto, liberandoli dal potere del faraone re d’Egitto; essi avevano temuto altri dei. Avevano seguito le pratiche delle popolazioni distrutte dal Signore all’arrivo degli Israeliti e quelle introdotte dai re di Israele. Gli Israeliti avevano proferito contro il Signore loro Dio cose non giuste e si erano costruiti alture in tutte le loro città, dai più piccoli villaggi alle fortezze… Avevano servito gli idoli, dei quali il Signore aveva detto: Non farete una cosa simile!” (2 Re 17,7-12). Quando gli esiliati hanno fatto ritorno in Israele, grazie all’editto di Ciro, che Isaia arriva addirittura a chiamare “unto”, cioè messia, pur essendo un non ebreo (45,1), hanno elaborato la loro esperienza alla luce di entrambe le motivazioni.

Gli intellettuali del popolo, gli scribi, si sono divisi però tra coloro che addossavano la colpa agli stranieri che avrebbero avuto la parte principale nell’introdurre l’idolatria in Israele e coloro invece che vedevano la soluzione nel creare una società in cui regnasse la giustizia, senza distinzione tra ebreo e straniero. Il sogno di questo secondo gruppo è bene espresso proprio nel libro di Isaia, scritto nella forma attuale proprio a cominciare da questo periodo, in continuità con la grandezza dell’antico profeta morto due secoli prima: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati” (25,6). Il sogno dei profeti di quel periodo era quello che tutti i popoli accogliessero il Dio d’Israele, non nel senso di cambiare una divinità con un’altra, ma per assumere l’etica della Legge che parla di giustizia e di attenzione verso gli ultimi, i poveri e gli stranieri. È in questo periodo che nasce l’idea del monoteismo secondo cui Dio è creatore universale e quindi padre di tutti i popoli dei quali si prende cura. In questo tempo viene scritto il racconto di Giona, inviato agli abitanti di Ninive per annunciare loro la distruzione: il loro pentimento suscita il perdono da parte di Dio ma il profeta Giona (che incarna le idee del primo gruppo) ci resta male e Dio, attraverso l’esempio di una pianta seccata al sole per la quale Giona è addolorato, risponde: “Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita: e io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?” (4,10-11). Anche il libro di Rut è scritto in questo periodo e dà un messaggio rivoluzionario: il re Davide, capostipite della dinastia messianica, è pronipote di una donna straniera, Rut, andata in Israele per avere una discendenza e aderendo al Dio della giustizia che si prende cura dei deboli.

La condanna dell’idolatria non era vista dai profeti come imposizione di una divinità ad altri, ma come rifiuto di ogni forma di religione che non contemplasse anche la giustizia sociale. Tuttavia prevalse un’altra scelta, gestita dai capi del popolo che trovarono nell’ideologia radicale di un sacerdote, Esdra, la base della rinascita di Israele. Esdra propugnava la purezza della razza e quindi l’esclusione di tutto ciò che non era giudeo, a cominciare dalle mogli straniere, rimandate a casa insieme ai figli (Esd 9-10). Anziché condannare il peccato (l’idolatria intesa come adesione ad un’etica del profitto invece che della persona), si è preferito etichettare le persone in base alla loro appartenenza etnica, giudicata pericolosa in sé.

Provvidenzialmente il sogno dei profeti, anche se non istituzionalizzato, è rimasto nella bibbia attraverso libri come Giona, Rut, Isaia e altri, permettendo ad altri ebrei di continuare a coltivare una visione universalista che è poi passata anche al cristianesimo, attraverso Gesù e Paolo e ha permesso di non scindere la fede nel Dio d’Israele, e la pratica della giustizia, dall’appartenenza a un popolo. Quando oggi si tenta di propagandare una selezione degli stranieri da accogliere in base all’ appartenenza o meno al cristianesimo o ai valori occidentali, non dimentichiamo a cosa ha portato nella storia il mito della purezza della razza di cui tragicamente proprio il popolo d’Israele è rimasto vittima. Quello che noi oggi facciamo pensando che sia l’unica strada per difenderci, domani potrebbe capitare ai nostri figli. ☺

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