Vittime del destino?
10 Settembre 2015
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Vittime del destino?

Dopo circa tredici anni, il terremoto di San Giuliano miete ancora vittime. Potrebbe essere questa la infausta lettura dell’infortunio occorso all’operaio di Riccia che “vagava”, insieme ad altri operai, sulla volta della chiesa di Pietracatella. Il legale dell’impresa NIFRA è esterrefatto, non si spiega ancora perché quegli operai stessero proprio lì, sulla volta della chiesa, a gironzolare senza che nessuno glielo avesse chiesto. Anche a Riccia i concittadini dell’operaio deceduto non riescono a farsene una ragione. La sindaca del comune colpito ha giustamente proclamato il lutto cittadino e l’intera comunità si è unita alla famiglia delle vittime in un grande abbraccio.

Ancora una volta la sorte sembra accanirsi contro di noi, ma una domanda ci assilla: siamo certi che la colpa è del destino, sempre pronto a colpirci? Oppure anche questa volta, come tredici anni fa, ci si poteva opporre al “destino”? Da allora di episodi gravi legati alla ricostruzione post sisma non ce ne sono stati e quindi tutto fa pensare che le norme sulla sicurezza siano state sostanzialmente rispettate, ma è veramente così? Un solo morto sul luogo di lavoro è sempre troppo anche quando le statistiche, cinicamente, dimostrassero il contrario e tuttavia anche i numeri, questa volta, ci danno torto perché se gli infortuni mortali sul lavoro venissero ripartiti in base alla quantità di lavoro espletato, saremmo comunque tristemente primi.

Bene ha fatto la sindaca del comune colpito a richiamare l’attenzione di tutti sull’accaduto, ma lei, segretaria Fanelli, quante volte ha convocato il suo partito per trattare della sicurezza sui luoghi di lavoro ed in particolare quella sui cantieri della ricostruzione? Si è mai occupata, insieme al suo partito, che ormai governa questa regione da oltre due anni, di terremoto e di ricostruzione post sisma? Lo sa, signora Fanelli, che dopo tredici anni, la ricostruzione della sola fascia A nel cratere, quella per la quale il governo nazionale ha destinato circa mezzo miliardo di euro, è ferma a meno della metà di quanto previsto? Da un po’ di giorni i giornali molisani ci somministrano, a grandi dosi, i magnifici risultati ottenuti dalla regione per il riconoscimento dell’Area di crisi industriale complessa. Tradotto in “soldoni”, si tratta di circa 200 milioni di euro, contributi europei, statali e regionali, destinati al recupero e alla riconversione industriale delle zone interessate (il territorio è quello ricompreso fra i comuni di Venafro, Campochiaro e Bojano oltre alle aree di localizzazione delle aziende dell’indotto). Circa dodici anni fa, la regione Molise fu destinataria di una somma tre volte più grande di quella stanziata oggi, finalizzata al rilancio produttivo di un’area di crisi tre volte più piccola di quella attuale, “l’area del cratere sismico”. Anche allora i politici si impegnarono a usare quelle risorse per finanziare un contratto di programma intersettoriale, pubblico/privato, destinato ai comuni colpiti dal sisma. Il risultato è noto a tutti, Iorio nominò un comitato di sorveglianza, una specie di cabina di regia, che rispondeva solo a lui e così i soldi vennero utilizzati anche dove il sisma non aveva fatto alcun danno ma soprattutto per opere pressoché inutili. Anche allora, come ora, i tecnici regionali furono bravissimi a convincere il governo centrale che ce l’avremmo fatta a uscire dalla disperazione in cui eravamo finiti, non furono altrettanto bravi quando si trattò di gestire i fondi dell’art. 15 che in verità non produssero né lavoro né sviluppo. Si spera solo che dopo tanti anni di insuccesso quei tecnici siano stati assegnati ad altri incarichi.

La domanda quindi sorge spontanea: a chi risponderà questa volta la “cabina di regia” proposta dal partito della signora Fanelli? È appena il caso di ricordare che in passato l’attuale “area di crisi” è stata destinataria di cospicui aiuti statali, destinati allo sviluppo di quel territorio. Soldi previsti dal “contratto d’area” e dal “patto territoriale del Matese”, due strumenti di programmazione che, alla luce di quanto sta accadendo oggi, non hanno prodotto alcun risultato positivo. Tutti giurano che questa volta ci sarà un’inversione di marcia, ma i fatti invitano alla prudenza. Non esiste allo stato uno straccio di idea sulla quale avviare un dibattito in consiglio regionale che tracci il futuro di questa regione. Quando sarà possibile anche in Molise che le decisioni di una eventuale “cabina di regia” vengano assunte nel rispetto di un progetto condiviso da tutti i soggetti in campo e non per tutelare gli interessi di qualcuno? O dobbiamo rassegnarci all’idea di pensare che le linee guida del programma di sviluppo siano quelle fornite dalla segretaria del PD ai giornali molisani?

Le “tre ‘0’ come la ricetta per il buon pane” vanno bene per la pubblicità del Mulino Bianco, non per far ripartire una regione che è allo stremo in tutti i settori della vita economica. L’onestà, l’ottimismo, l’ opportunità, sono categorie prepolitiche, a noi invece serve la politica, senza la quale le tre “O” potrebbero trasformarsi in tre zeri. Per far ripartire il Molise non sarà sufficiente né l’onestà di Petraroia, né l’ottimismo di Facciolla, né l’opportunismo della Fanelli. La ricetta proposta dalla segretaria PD potrà essere utile a vendere i biscotti: a noi serve produrli.

È del tutto evidente che la crisi non investe soltanto l’area perimetrata dalla giunta regionale. L’approccio usato da Frattura nell’affrontare il problema dell’area di crisi, senza tener conto dei disagi del Basso Molise, rischia di produrre ulteriori disparità oltre che creare un disequilibrio economico interno. Una sorta di Molise a due velocità. Se lo immagina lei, sig.ra Fanelli, un imprenditore basso molisano, caso mai del suo stesso partito, pagare tasse in misura maggiore di quello alto molisano, caso mai di Forza Italia? Ci viene da piangere. Non so a lei.☺

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