Vittimizzazione secondaria
12 Ottobre 2021
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Vittimizzazione secondaria

Il concetto di “vittimizzazione secondaria” individua quel fenomeno a causa del quale la vittima di un reato di genere subisce ulteriori conseguenze dannose (attinenti soprattutto alla sfera emotiva e relazionale) a causa dell’insensibilità o dell’incapacità delle istituzioni, alle quali la donna rivolge una domanda di giustizia, di tutelarla adeguatamente. Non solo, le conseguenze dannose spesso sono poste in essere anche dalla comunità di riferimento.

L’art. 18 della Convenzione di Istanbul prevede tra gli obblighi delle parti firmatarie, in merito alla protezione e sostegno delle vittime di violenza di genere, quello di adottare tutte le misure idonee ad evitare alle stesse nuovi atti di violenza, facendo in modo che le misure adottate mirino ad evitare qualsiasi forma di vittimizzazione secondaria. Pertanto, detta convenzione individua specificamente tale fenomeno tra le disfunzioni proprie del sistema di tutela delle vittime, riconoscendo la particolare vulnerabilità della donna vittima di violenza.

La questione in Italia è stata dibattuta a partire dagli anni ’70 ed ha avuto come una delle interpreti più incisive l’Avvocata Tina Lagostena Bassi, la quale in qualità di difensore di parte civile in un processo per stupro ha evidenziato con forti argomentazioni i corto circuiti del sistema giudiziario, che alimentava e tollerava la circostanza che le difese degli imputati nei reati di genere venissero essenzialmente basate sullo screditamento e la svalutazione della vittima, giudicata sulla base della condotta, del modo di vestire, delle abitudini di vita.

Oggi sono trascorsi oltre 40 anni dal famoso “processo per stupro”, eppure le parole dell’avvocata Lagostena Bassi sono ancora purtroppo molto attuali.

Nella mia esperienza di avvocata di un piccolo centro antiviolenza in Molise ho avuto l’occasione di riscontrare come una donna possa essere vittima due volte, in tantissime modalità, anzi mi sento di affermare che l’intero percorso di fuoriuscita dalla violenza presenta insidie ed ingiustizie.

Innanzitutto, ho riscontrato che la prima forma di vittimizzazione viene esercitata dall’ambiente di riferimento delle donne: a volte sono proprio le famiglie di provenienza ad invitare la donna a continuare una relazione violenta, in nome di una fantomatica unità familiare. Molte donne sono arrivate al centro sapendo di aver fatto storcere il muso ai propri familiari.

Inoltre, ulteriori insidie ci sono anche quando, dopo aver vinto queste resistenze ove presenti, si rivolgono ad un legale per ottenere tutela, perché spesso vengono invitate a soprassedere sui vissuti di violenza per evitare interventi dei servizi sociali e in alcuni casi vengono condotte addirittura ad intraprendere procedimenti di mediazione o separazioni consensuali, mettendosi ad un tavolo con il compagno violento.

Infine c’è la vittimizzazione secondaria posta in essere dal sistema giudiziario: spesso le donne sono costrette a raccontare le proprie storie davanti a diversi interlocutori inseriti nel procedimento giudiziario, in diversi momenti del percorso, al momento della denuncia, al pubblico ministero, di nuovo al dibattimento. Non solo, ma nei procedimenti di separazione e divorzio spesso i vissuti violenti vengono ignorati completamente dal giudice civile, perché ritenuti estranei alla materia del contendere, spesso sul presupposto molto comune che “un uomo violento possa essere un buon padre”.

Sono esempi molto banali, come banali sono i meccanismi che alimentano i pregiudizi nei confronti delle donne, radicati negli stereotipi secondo i quali si tende a giudicare una donna sempre e comunque, ed a guardarla con sospetto valutando sempre prima la sua credibilità agli occhi di terzi. Sono tutti aspetti che nella prassi scoraggiano le vittime dal presentare denunce, e che ancora non hanno un’adeguata soluzione.

Negli ultimi anni si è cercato di dare una risposta al fenomeno attraverso alcuni interventi normativi: mi riferisco alla direttiva 2012/29/UE recepita in Italia nel 2015 che ha introdotto diverse forme di tutela per le vittime cd. vulnerabili, introducendo una serie di cautele, quali gli obblighi di informazione, la possibilità di essere sentite con incidente probatorio, oltre alla possibilità di avvalersi di uno psicologo in fase di sit (art. 351 c.p.p.) per i minori.

La legge sul cd. codice rosso inoltre ha accelerato i tempi della fase delle indagini preliminari, stabilendo che la vittima di reati di genere debba essere sentita entro 3 giorni dall’acquisizione della notizia di reato. La norma che ha evidentemente l’obiettivo di comprimere i tempi, però può essere pericolosa nel momento in cui non permette alla donna una scelta meditata e consapevole rispetto al percorso da intraprendere.

Gli strumenti di contrasto alla vittimizzazione secondaria finora adottati sono intervenuti essenzialmente sul piano processuale; manca ancora in Italia un impegno serio e fattivo delle Istituzioni nel contrasto agli stereotipi di genere, che non può prescindere dalla formazione degli operatori chiamati a dare tutela alle donne ed alla sensibilizzazione della comunità e ad alla promozione di una cultura basata sull’uguaglianza di genere e sul rispetto dell’individuo.

Non a caso, ad oltre 40 anni dai problemi posti dall’avvocata Lagostena  Bassi, la CEDU con una recentissima sentenza ha condannato l’Italia per gli stereotipi sessisti emersi nel giudizio, che hanno vittimizzato nuovamente una giovane donna. La strada da percorrere però è ancora molto lunga. ☺

 

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