Vivere e scrivere in quarantena
18 Maggio 2020
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Vivere e scrivere in quarantena

Mi ero proposta di non scrivere sul Coronavirus, perche sono già più di 2 mesi che non sento o leggo altro tema. L’unica cosa che voglio scrivere su questo piccolo virus, che ammazza decine di persone nel mondo, è che ci obbliga a cambiare la nostra vita attuale e ci dovrebbe far riflettere sulle cose che dobbiamo cambiare nel futuro: il nostro modo di vivere e di convivere con la natura, i cosiddetti “effetti collaterali”. Il più grave di questi è il fatto che non si parla di altro, né della guerra che continua nello Yemen, né delle condizioni inumane che i rifugiati trovano nei campi sulle isole greche, né dei morti in mare, né delle donne ammazzate dai mariti o dagli ex, né di tutte le ingiustizie che ci sono nel mondo e che bene o male abbiamo seguito, denunciato, combattuto in “tempi normali”. Il mondo, praticamente, non esiste più, al massimo esiste quando si tratta di pubblicare i numeri dei morti, guariti e contagiati dal Covid-19.
Un altro “effetto collaterale” è stato menzionato qualche tempo fa da un filosofo, e mi dispiace aver dimenticato il suo nome. Questo uomo ha detto che in una crisi, in una situazione di emergenza, in tutte e tutti noi può fiorire il meglio e il peggio che abbiamo nel nostro carattere, nella nostra anima. E questa è una cosa che ho visto e vedo anche nel mio piccolo (paese), e la grande domanda è questa: se lo stato di emergenza dura ancora molti mesi, quale nostra parte, la migliore o la peggiore, sarà la più forte, quale sarà prevalente tanto negli individui come nella società? Non abbiamo ancora una risposta a questa domanda ma la risposta sarà determinante per il futuro del genere umano.
Vivere in quarantena ci fa per forza vivere nei ricordi di altri tempi. E per me, questi giorni di fine aprile ed inizio maggio sono pieni di ricordi. Per esempio, la sera del 30 aprile, 45 anni fa, ero con una delegazione in Africa, in Guinea Bissau, un piccolissimo paese che aveva ottenuto l’indipen- denza dal Portogallo poco più di un anno prima. Insieme ad altri delegati da vari paesi europei ci stavamo preparando per assistere, il giorno dopo, alla manifestazione del Primo Maggio. Eravamo ospitati nell’ex-comando generale del governatore portoghese Spinola, e nel pomeriggio ci siamo riuniti in una piscina che non ci offriva acqua, ma almeno un po’ d’ombra. Non dimenticherò mai il momento quando un delegato russo arrivava correndo per darci la notizia che aspettavamo da tanto, tanto tempo: gli americani avevano lasciato Saigon, la capitale del Vietnam del Sud, e questo significava che la guerra del Vietnam era finita! Questa notizia, e il fatto di celebrare la vittoria del popolo vietnamita in un paese africano che aveva vinto due anni prima la lotta contro i colonialisti portoghesi, ci dava la sicurezza che stava veramente cambiando il mondo e che potevamo aspettare un futuro felice per tanti altri popoli.
Adesso, 45 anni dopo il mio Primo Maggio a Bissau, mia figlia avrebbe partecipato alla manifestazione delle operaie e degli operai della Guinea Bissau, perché lavora in quel paese da quasi 10 anni. “Avrebbe partecipato” devo dire, perché il Coronavirus sta flagellando anche quel piccolo paese e tutti i collaboratori stranieri sono stati evacuati, e mia figlia ha passato il Primo Maggio in quarantena a Berlino, e grazie ai mezzi tecnologici moderni abbiamo pianto insieme per la morte del nostro amico, il cantante messicano Oscar Chavez, morto la sera del 30 aprile a causa del virus.
E in questi 45 anni, il mondo non è diventato più felice, anzi. Non esiste più il colonialismo nella sua vecchia forma, ma in questi ultimi tempi abbiamo saputo che esiste ancora, o di nuovo, la schiavitù in Africa, per esempio in Libia. Per gli operai del mondo le condizioni di lavoro non sono migliorate, troppi di loro lavorano in condizioni indegne, con salari da fame, troppi di loro muoiono sul posto di lavoro perché gli imprenditori non garantiscono le misure di sicurezza, e tanti, tanti, non hanno neanche un posto di lavoro. Nello stesso tempo, i sindacati devono ancora trovare il loro nuovo ruolo in paesi dove il numero dei lavoratori irregolari o sommersi, ma sempre sfruttati, è più alto del numero dei lavoratori regolari.
Penso che non c’era bisogno del Coronavirus per farci capire che la strada verso un mondo migliore è ancora molto lunga e che il Primo Maggio non è un giorno di festa, ma un giorno di lotta. ☺

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