Voglia di cambiamento
20 febbraio 2018
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Voglia di cambiamento

Il clima di questi giorni, in cui il nostro Paese è invaso da innumerevoli e sempre più ambiziose dichiarazioni su ciò che avverrà una volta esaurita la tornata elettorale, spinge a fare qualche considerazione sul vocabolo kidult: il neologismo inglese si sta diffondendo ampiamente anche nell’italiano e a causa della nostra, a volte assurda, esterofilia sta soppiantando gli abusati termini “mammone” o “bamboccione”!

Il motivo di questo accostamento va ricercato innanzitutto nell’enfasi, certamente creata ad arte dai mezzi di comunicazione, di sostenere che il rinnovamento passi per le giovani generazioni; in secondo luogo perché la voglia di cambiamento di un Paese, per molti, sembra non prescindere da uno ‘svecchiamento’ della classe dirigente. Sarà poi effettivamente così?

Ma veniamo al nostro vocabolo. Kidult è un termine composto da due sostantivi: kid, bambino, e adult, adulto; per definizione esso sta ad indicare i giovani – in particolare al di sopra dei trent’anni – le cui condizioni di vita (studio, lavoro, casa) e la cui mentalità sono considerate simili a quelle di un adolescente. Si tratterebbe quindi di una evoluzione della nota sindrome di Peter Pan, considerata una malattia inguaribile dell’ Occidente, ampiamente estesa tanto da interessare un folto gruppo sociale. I kidult sono “adulti perennemente in fieri, che vivono in uno stato di presente continuo, rincorrono i percorsi esistenziali dei giovani, eludono gli impegni a lungo termine e le decisioni autovincolanti” (Jacopo Bernardini).

A ben riflettere, nel corso della storia i giovani spesso hanno conservato una condizione infantile rispetto agli adulti. Nell’antica Roma, fino a quando era in vita, il padre conservava la patria potestà anche se il figlio era diventato maggiorenne e in Grecia “nella polis i figli, raggiunta la maggiore età, godevano nella sfera pubblica degli stessi diritti dei padri. Il fatto di esprimere la propria volontà negli organi cittadini (le assemblee e i tribunali) con un voto che aveva lo stesso valore di quello paterno rendeva più difficile accettare la posizione subalterna che continuavano ad avere in famiglia” (Eva Cantarella, Non sei più mio padre).

Il ricambio da una generazione all’altra non è mai stato quindi privo di problemi, tensioni, incomprensioni, e quasi sempre gli adulti hanno mostrato poca fiducia nei confronti delle forze più giovani attribuendo loro inesperienza e avventatezza. Nello scenario contemporaneo i comportamenti infantili perdurano anche in età adulta, e se da un lato possono rivelare uno stile di vita in cui dominano spensieratezza, divertimento e rifiuto di obblighi sociali, dall’altro denunciano una condizione di deresponsabilizzazione che non sempre può essere imputata esclusivamente alle giovani generazioni.

A questi giovani, a volte – ed a ragione – dileggiati per il loro modo di vivere ed affrontare le situazioni, è purtroppo negata la prospettiva di un futuro “normale”; i dati statistici sull’occupazione giovanile in Italia non sono confortanti, il percorso scolastico per la maggior parte di loro presenta interruzioni o abbandono, manca la possibilità di ottenere un lavoro qualificato all’altezza del titolo di studio conseguito.

Per le generazioni mature appare difficile mostrare fiducia per questi ‘nuovi’ adulti, di entrambi i sessi, che si comportano come adolescenti; favoriti anche dai comfort che la realtà attuale mette loro a disposizione, i ragazzi di oggi sembrano inseguire semplicemente svago ed evasione, si tengono lontani da qualsiasi assunzione di responsabilità: in breve li potremmo definire immaturi.

Affideremmo allora le sorti della nostra società a questi kidult? Quanta considerazione positiva rivestirebbe per ognuno di noi una persona che si comporta come fosse un ragazzino, i cui atteggiamenti giudicheremmo infantili e vuoti? Certamente ci conforterebbero invece un giovane uomo o una giovane donna che nel loro modo di proporsi denotano consapevolezza, senno, prudenza: in sintesi maturità.

Eppure maturità e immaturità possono essere un insieme indistinto, non due mondi nettamente in opposizione; essi potrebbero incontrarsi, come sostiene Duccio Demetrio, in una paiandria (nella forma bambina, παῖς adulta ἀνήρ), in una stessa persona, un kidult che non presenta soltanto caratteri negativi. “Abita, l’adulto paiandrico – un po’ piccolo, un po’ grande – i due mondi dove la maturità non sia troppo tronfia di se stessa, e dove l’immaturità non si renda ridicola” (Elogio dell’immaturità).

Allora il kidult, l’immaturo potrebbe rappresentare una figura positiva; la sua condizione “è quello status esistenziale di continua ricerca; è un varco, una speranza nel mondo e per il mondo, una via d’uscita, una porta verso l’infinito … è rinnovata consapevolezza di esserci per sé e per gli altri nell’esplorazione inappagata”.☺

 

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