Za.za-bum.bum
7 Luglio 2019
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C’era una volta un vecchietto con la barba bianca che, sulla sua poltrona a dondolo vicino al camino nella sua casa di campagna e con la sua inseparabile pipa, decise di raccontare alla sua gattina Tatà un suo vecchio segreto: è bello giocare! I suoi amici lo chiamavano “Lupo Grigio” per quella sua passione per monti, boschi e campagne. Raccolse le sue vecchie carte, i libri impolverati scritti da altri giocherelloni perditempo e cercò, al mercato del tempo e della memoria, quei suoi schemini che utilizzava per inventare i suoi giochi. Sai Tatà, da ragazzo ho giocato molto, ma ero molto severo, soprattutto con me stesso…

Un ragazzo severo racconta di una “educazione frustata”. Tatà lo guardò stupita con i suoi occhioni verdi e, scodinzolando, gli addentò l’indice usato per digitare sul computer. Chissà, forse voleva ricordargli che chi gioca molto è anche attento alle regole ed ai compagni di gioco. qualcuno, perché convinto che l’importante era solo vincere, cercava di saltare anche le regole e non solo i piccoli ostacoli; io no, io giocavo per quella strana sfida con me stesso come se dovessi dimostrare che ero bravo.

Il gioco è il luogo di recupero delle proprie potenzialità. Quando gli altri, poche volte, erano più abili, io non mi irritavo; anzi in molte occasioni vincere non mi sembrava importante… Tatà, raccolta come un gomitolo di fianco al computer, alzò la testa come quando vedeva una preda ed emise un lungo miagolio. Beh, sì, ricordò Lupo Grigio, forse non è proprio così.  Avevo paura di vincere. Qualcuno aveva cercato di convincermi che io ero un incapace, impacciato, scoordinato, ciccione … “ma ndò vì, statt farm! mo fi dammaie” (dal dialetto vastese: “Ma cosa fai, stai fermo! fai solo danni“) ed allora nei giochi cercavo forse quell’affermazione di me che altri mi negavano…

La paura di vincere manifesta la mancanza/carenza di riconoscimenti ed accettazione. Ovvero, semplicemente, che per riconoscere le proprie abilità è necessario solo attenzione ed amore. Ancora un guizzo della signorina, sì, perché Tatà è una femmina gatta; la famiglia, i nostri genitori e familiari, gli amici, sai, molto spesso senza volerlo, rischiano di fare molti danni…

La famiglia e le istituzioni diventano spesso luoghi diseducanti funzionali al potere dei “luoghi comuni”. Tatà si alzò, si stiracchiò. Fantastica(!) e lo guardò come a dire: “che lingua parli? Non capisco: va bene, cerco di farmi capire. Nessuno ha insegnato ai genitori a “fare i genitori” e agli amici ad “essere amici”. Quelli che studiano le cosiddette regole educative, cioè gli specialisti, pure loro si fanno contagiare dalla loro esperienza di vita e non fanno altro che dimenticare la spontaneità creativa dei bambini …

La spontaneità creativa dell’apprendere. Tatà si raggomitolò ancora di più, lo guardò e chiuse gli occhi. Ho capito! Tutte queste chiacchiere e parole un po’ complicate non ti interessano. Tu vuoi essere coccolata, vuoi mangiare e non sopporti né le porte chiuse né i limiti. Ti arrampichi dappertutto e quando mi fai cadere libri, bicchieri e bottiglie … mi guardi come a dire “beh, succede! Ma hai visto come mi arrampico?” … Grazie piccola, forse ho capito: “mi vuoi dire che tutti i grandi si fermano a guardare l’errore, lo sbaglio, il danno e non riflettono sugli aspetti positivi ed importanti di chi, provandoci, fa pure inevitabilmente dei danni? Già, quella convinzione che i grandi si sono aggiustati come una cravatta a loro piacere per dire “chi è vivo fa e non sbaglia”. Invece, chi fa, fa esperienza ed è vitale, come il far errori; chi guarda … giudica, e si porta una palla al piede nella vita, pronto a fare le prediche, dimenticando che per giocare è necessario sporcarsi camicia, cravatta e mani? …

Si apprende per esperienza – l’essere si manifesta con l’esperire senza giudizio. Tatà alzò la testa e “Lupo Grigio” la guardò. Come sono profondi quegli occhioni di gatta, sembrano raggi di arcobaleno. Statuaria, si rizzò in quella posizione fantastica con la coda raccolta attorno alle sue zampe posteriori e le orecchie tese, spalancando in un lungo sbadiglio la bocca e lasciando intravvedere i suoi lunghi incisivi già cresciuti. Lupo Grigio sospese le sue riflessioni e fermò lo sguardo su quella gattina impertinente che cominciò a grattare sulle sue carte impolverate. La baffona allungò le zampe ed afferrò il suo braccio … “giochiamo?” si, amica mia, giochiamo al gatto ed il topo, ti va? Non fu necessario ripetere l’invito; Tatà, dopo aver addentato il braccio e ciucciato il pollice del Lupo, saltò giù dalla scrivania e corse a prendere la pallina con la coda.

Il gioco è il luogo dell’apprendere, dell’essere … se non ci tolgono spazi, disponibilità ed amore. E venne Lui, Mosè. Un giorno Lupo Grigio, in uno dei suoi tanti giorni, compiva tanti anni. Gli anni sono sempre tanti e quel giorno Lupo ne compiva 62. Vennero a trovarlo i suoi figli e gli misero una benda sugli occhi perché doveva scoprire il regalo. Ad occhi chiusi toccò il regalo e … nessuno li vide, delle goccioline di rugiada scendevano sui suoi occhi: era il “suo cane” tanto sognato. Un batuffolone grande, tutto bianco e timido, un pastore maremmano – abruzzese! Tolta la benda, che servì ad asciugare i suoi occhi per la sorprendente sorpresa, si misero intorno alla tavola imbandita per l’occasione, scelsero il nome e lo chiamarono Mosè, come quell’altro vecchio che aiutò un popolo a camminare verso la terra promessa. … e Mosè portò Lupo a scoprire la malattia (Mosè aveva un’infezione estesa su muscoli ed ossa inoltre presentava una displasia bilaterale significativa), il dolore di vedere “qualcosa di tuo” che soffre, la preoccupazione della sua salute, la necessità del tempo per occuparti di lui, la necessità di avere risorse economiche … quante cose. Nel gioco si scopre il dolore ed il sacrificio e che non servono le parole, queste i grandi le utilizzano per nascondere le emozioni del cuore; e … , per fortuna non sempre, smettono “di essere” e di essere bambini.

 

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