Come foglia d’autunno
5 Maggio 2017
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Come foglia d’autunno

“Al modo delle foglie che nel tempo/ fiorito della primavera nascono/ e ai raggi del sole rapide crescono,/ noi simili a quelle per un attimo/ abbiamo diletto del fiore dell’età,/ ignorando il bene e il male per dono dei Celesti./ Ma le nere dee ci stanno a fianco,/ l’una con il segno della grave vecchiaia/ e l’altra della morte. Fulmineo/ precipita il frutto di giovinezza,/ come la luce d’un giorno sulla terra./ E quando il suo tempo è dileguato/ è meglio la morte che la vita” (framm. 8 Gentili-Prato, vv. 1-10, trad. di Salvatore Quasimodo).

Così cantava Mimnermo, poeta greco vissuto a Smirne verso la fine del VII secolo a.C. e innamorato di una flautista di nome Nannò. Quest’ultimo dato, tra quelli poveri e incerti che riguardano la sua biografia, ha probabilmente contribuito all’acclamazione di Mimnermo quale grande poeta d’amore, tanto che già Properzio, a sua volta grande poeta d’amore latino del I secolo a.C., scriveva: Plus in amore valet Mimnermi versus Homero (“in amore un verso di Mimnermo vale più di Omero”). Risulta difficile congetturare di preciso a quali versi pensasse Properzio, perché di Mimnermo rimangono solo una ventina di frammenti. E uno dei più celebri è proprio quello in cui il poeta greco si chiede “Quale vita, che dolcezza senza Afrodite d’oro?” (framm. 7 Gentili-Prato, v. 1, trad. di Salvatore Quasimodo), proclamando come unico ideale l’amore.

Ma la caratteristica principale di Mimnermo è un’inconfondibile nota di tristezza, che trasforma il piacere in dolore e la gioia in pianto. Come si può evincere dal primo frammento qui riportato, a colpire veramente il poeta non sembrano essere la giovinezza e la vita, ma piuttosto la vecchiaia e la morte: il rigoglio primaverile delle foglie è infatti destinato ad appassire presto. A balzare in primo piano è così il lamento sulla caducità dell’esistenza umana, a cui gli dei hanno concesso la felicità solo per il breve tempo della giovinezza. Si tratta della ripresa di una celebre similitudine omerica: “Come stirpi di foglie, così le stirpi degli uomini;/ le foglie, alcune ne getta il vento a terra, altre la selva/ fiorente le nutre al tempo di primavera;/ così le stirpi degli uomini: nasce una, l’altra dilegua” (Omero, Iliade VI, vv. 146-149; trad. di Rosa Calzecchi Onesti).

A partire da Omero (e dalla Bibbia) questa similitudine sarebbe diventata frequentissima nella storia della letteratura. Ad esempio nel VI libro dell’Eneide di Virgilio, che, durante la discesa agli inferi di Enea, paragona la quantità delle foglie secche in autunno al gran numero di anime che affollano l’Ade. E ancora nel III canto dell’Inferno di Dante, sempre a indicare i molti dannati che attendono sulla riva dell’Acheronte. La sua variazione epigrammatica più famosa rimane comunque quella della brevissima lirica Soldati di Giuseppe Ungaretti: “Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”. La fragilità della condizione umana è qui accentuata dalla contingenza bellica, che rende ancor più precaria l’esistenza dell’uomo, in quanto soldato che la guerra pone costantemente in pericolo. Ma se in Ungaretti la similitudine appare ancorata al particolare contesto della guerra dal titolo Soldati, in Mimnermo suona invece assolutamente universale, dando così origine a quel canto dolce e malinconico sulla labile fugacità della vita come foglia d’autunno.

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