femminicidio
26 Ottobre 2010
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femminicidio

 

Stavo scrivendo qualcosa sull’orribile fine di Sarah (con tutti i benefici del dubbio finché la situazione processuale non sarà definita).

Meditavo sul video della donna che ha ricevuto un pugno ed  è morta. Ad Albissola è stata trovata una trentenne uccisa; due donne l’altro ieri sono state uccise da un vicino per motivi futili (fastidio provocato dal cane delle due donne).

 Come mai questa escalation di femminicidi?

E mentre leggo da ogni parte o sento che “lo zio era un contadino serio, dedito solo alla famiglia, brav’uomo, lavoratore onesto di cui nessuno avrebbe  potuto dubitare”, mentre leggo che la famiglia del “pugilatore” (e non solo la famiglia) si schiera in questo modo con il ragazzo, tra i commercianti c'è  chi sostiene che lei, la donna prima  finita in coma, ora morta, se l'è cercata. «In 60 anni non avevo mai visto una donna picchiare un uomo – ha detto un commerciante della stazione. È deplorevole, ha cominciato lei» e pur di difendere il giovane rasentano l'omertà. Il giovane adesso si difende e racconta la sua verità, «mi ha insultato e sputato, l'ho colpita ma non volevo farle del male». Attorno a questo ragazzo che parenti e vicini di casa descrivono come non violento, fa quadrato la famiglia. «Alessio è disperato, è chiuso in casa e continua a piangere – dice la sorella. Quando ha colpito quella ragazza non credeva assolutamente di poterle far male in quel modo. Alessio ci ha raccontato che minacciava addirittura di cavargli gli occhi e che gli ha sputato in faccia. Lui si è quindi impaurito ed ha reagito colpendola, non credeva però di farle così male». Per guardare in faccia la realtà devo ricorrere per forza, e subito, alle “solite statistiche”che già altre volte hanno occupato le colonne di questa rivista.

In Italia, negli ultimi dodici mesi, un milione di donne ha subito violenza, fisica o sessuale. Solo nei primi sei mesi del 2007 ne sono state uccise 62, 141 sono state oggetto di tentato omicidio, 1805 sono state abusate, 10.383 sono state vittime di pugni, botte, bruciature, ossa rotte. Leggevamo che le donne subiscono violenza nei luoghi di guerra, nei paesi dove c'è odio razziale, dove c'è povertà, ignoranza, non da noi. Eccola la realtà: in Italia più di 6 milioni e mezzo di donne ha subito una volta nella vita una forma di violenza fisica o sessuale, ci dicono i dati Istat e del Viminale che riportano un altro dato avvilente. Le vittime – soprattutto tra i 25 e i 40 anni – sono in numero maggiore donne laureate e diplomate, dirigenti e imprenditrici, donne che hanno pagato con un sopruso la loro emancipazione culturale, economica, la loro autonomia e libertà. Da noi la violenza è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 14 e i 50 anni. Più del cancro. Più degli incidenti stradali. Una piaga sociale, come le morti sul lavoro e la mafia.

"È un femminicidio", accusano i movimenti femminili, "violenza maschile contro le donne": che ha trovato l'adesione di centinaia di associazioni impegnate da anni a denunciare una realtà spietata che getta un'ombra inquietante sul tessuto delle relazioni uomo-donna. Sì, perché il pericolo per le donne è la strada, ma lo è molto di più, la normalità. Se nel consolante immaginario collettivo la violenza è quella del bruto appostato nella strada buia, le statistiche ci rimandano a una verità molto più brutale: che la violenza sta in casa, nella coppia, nella famiglia, solida o dissestata, borghese o povera, "si confonde con gli affetti, si annida là dove il potere maschile è sempre stato considerato naturale", come spiega Lea Melandri, saggista e femminista. "Da anni ripetiamo che è la famiglia il luogo più pericoloso per le donne. È lì che subiscono violenza di ogni tipo fino a perdere la vita", denuncia "Nondasola", la Casa delle donne di Reggio Emilia a cui si era rivolta Vjosa uccisa dal marito da cui aveva deciso di separarsi. "Da noi partner e persone conosciute sono i colpevoli nel 90 per cento delle violenze che vediamo. E purtroppo c'è un aumento", dice Marisa Guarnieri presidente della Casa delle donne maltrattate di Milano. "All'interno delle mura domestiche la violenza ha spesso le forme di autentici annientamenti – spiega Marina Pasqua, avvocato, impegnata nel centro antiviolenza di Cosenza, una media di 800 telefonate di denuncia l'anno Nella nostra esperienza si comincia con lo stalking e si finisce con un omicidio", accusa Marisa Guarnieri. Sanzionare penalmente lo stalking, significa, tanto per cominciare, riconoscerlo. "Molte donne vengono qui da noi malmenate o peggio e parlano di disavventura. Ragazze che dicono "me la sono cercata", donne sposate che si scusano: "lui è sempre stato nervoso", racconta Daniela Fantini, ginecologa del Soccorso Violenza Sessuale di Milano, nato undici anni fa per iniziativa di Alessandra Kusterman all'interno della clinica Mangiagalli di Milano. È in posti come questo, dove mediamente arrivano cinque casi a settimana, che diventa evidente un altro dato angoscioso: come intrappolate nel loro dolore, il 96% delle donne non denuncia la violenza subita, forse per paura. Forse perché non si denuncia chi si ha amato, forse perché non si hanno le parole per dirlo.

La violenza è un problema maschile e alcuni uomini si sono mossi. Ad esempio gli uomini dell'associazione "Maschileplurale". "Sì, gli uomini devono farsene carico. La violenza è un problema loro, non delle donne – dice Clara Jourdan, della "Libreria delle Donne" di Milano, storico luogo del femminismo italiano. Sarebbe ora che cominciassero a interrogarsi sulla sessualità e sul perché dei loro comportamenti violenti. E riconoscere l'altro, il maschile, potrebbe essere utile anche alle donne". Nel caso, a fuggire per tempo.

La legge sullo stalking è stata approvata, pensiamo che le cose siano mutate?

Mentre scrivo trovo in internet caldo caldo  un sito a nome “maschi selvatici” che mi illumina. Su questo stesso blog ci opponiamo spesso alla tesi, ormai diffusa nella stessa Chiesa, che la storia passata sia stata contrassegnata dall’oppres- sione maschile sulle donne. È vero il contrario, e cioè che gli uomini si sono prodigati in favore delle donne, ed anche la questione della violenza lo dimostra. E lo hanno fatto anche perché nella donna (e nella maternità) hanno visto la porta verso la trascendenza e verso Dio. Il mondo desacralizzato sta distruggendo tutto questo, con gli esiti che vediamo. Ma siamo sicuri che sia un progresso, per donne e uomini?

Mi viene in mente molta storia antica e anche mitologia: Leda e il cigno, il Minotauro, il ratto delle sabine. Come anche nella scuola si potrebbe intervenire usando l’ora di storia o di mitologia in modo diverso.

Ma i maschi selvatici dicono che bruto è un uomo d’onore.

In questo attimo mi sento smarrita perché anche una lunga schiera di donne sembra dare consenso e merito a queste violenze: parlo di: della donna ministro promossa per l'aspetto, costretta ad accettare avances sul lavoro, di quella introdotta nei letti dei potenti come una regalia per acquisirne la condiscendenza, dell’extraco- munitaria e minorenne, carne fresca sui viali di tutte le città, delle vallette che inondano la nostra tv.

Forgiata ed acconciata  dalle necessità e dal trionfo del membro maschile, signore e padrone della sua vita. Non una persona, ma oggetto, che si può usare, prestare, strangolare, possedere.

Ci vogliamo meravigliare che in questo contesto le donne siano bruciate uccise, violentate smembrate gettate via come monnezza stese a terra con un k.o. nell’indifferenza glaciale di minuti?

Ci meravigliamo di andare alla deriva? E non so dire cosa ci salverà. ☺

 ninive@aliceposta.it

 

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