I pastori dell’arcadia
31 Gennaio 2014
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I pastori dell’arcadia

Il senso interno del dipinto i Pastori d’Arcadia del pittore Nicolas Poussin è racchiuso in un particolare del manifesto letterario dell’Arcadia. Non si hanno dubbi che l’ispiratore e il committente di quest’ opera sia il Cardinale Giulio Rospigliosi (1600 – 1669), mecenate romano, regnante come papa Clemente IX, dal 1667 al 1668. Rospigliosi chiese al pittore un soggetto che ricordasse che la “felicità e la vita sono soggette alla morte”.

L’Arcadia felix è uno dei più praticati temi poetici a partire da Teocrito e Virgilio, temi tra i più longevi che si è perpetua intatto dal periodo pagano a quello cristiano, impiegato soprattutto come allegoria morale. Ripreso dagli Umanisti, rimase negli inventari dei poeti sino al Settecento.

L’Arcadia è simbolo della terra felice e dell’Età dell’Oro, governata da re saggi, solcata da ruscelli puliti, punteggiata d’alberi che danno frutti spontanei.

È la terra in cui tutti vorrebbero vivere, il paradiso ritrovato, fuori dalla corrente della storia; la terra dove, secondo una secolare codificazione poetica, si vive felice e si pensa unicamente ai piaceri, all’amore e all’amicizia. Ideale dell’otium romano, della saggezza secondo Ovidio.

Virgilio, il grande poeta del tempo di Augusto era stato elevato a profeta: in una delle sue Egloghe, dalle Bucoliche, la IV (paulo maiora canamus), preconizzava la rinovatio del mondo e la nascita di un fanciullo divino (il figlio di Pollione probabilmente, poi identificato nei commenti tardo-antichi come Gesù Cristo).

Le pastorelle

La Regina Cristina di Svezia amava circondarsi di letterati e intellettuali, che nel suo “salotto”, posero le basi per la fondazione dell’Arcadia.

“Fu donna dalla “vita eccezionale e piena di contraddizioni”. Divenne regina a sei anni, ma a diciotto acquisì poteri effettivi. Le fonti la dipingono come “una giovane assetata di sapere che parlava sette lingue, conversava in latino e corrispondeva con studiosi di tutta Europa”. Partecipava attivamente a conversazioni filosofiche, collezionava manoscritti matematici e scientifici, offrendo ospitalità agli autori. Guidò lo stato “con rara competenza, rafforzando la potenza svedese”. Non ebbe il favore della corte (per il suo mancato desiderio di prendere marito), per cui, nel 1654, abdicò, “per amore della libertà”, in favore del cugino Carlo Gustavo e si convertì al cattolicesimo. Occupò un posto di primo piano a Roma, dove, accolta da Papa Alessandro VII, si trasferì nel 1655. Morì nell’aprile del 1689 e fu sepolta intorno al 1690, in S. Pietro.

L’Accademia dell’Ar- cadia “si propose di ristabilire il buon gusto della poesia”. Il centro propulsore fu Roma, ma ebbe numerose colonie sparse in tutta Italia. In principio l’Arcadia non accettava le donne – principalmente per motivi religiosi, ma ebbe un impulso inatteso, che la fece  sopravvivere a lungo: la sua capacità di adeguarsi ai tempi e alle necessità. Gli arcadi fecero una scelta saggia quando riconobbero “un ideale patronato” alla regina Cristina di Svezia. Da allora fu attribuito un “omaggio eccezionale” a due donne potenti appartenenti all’aristocrazia, Anna Beatrice Carafa Spinelli e Maria Selvaggia Borghini, che incarnavano due caratteristiche della regina, la “grandezza e l’erudizione”. La presenza di queste donne non dipendeva dai loro meriti effettivi, ma piuttosto da motivi diplomatici e legami di parentela.

La contessa Prudenza Gabrielli Capizzucchi e Maria Casimira Sobieska furono le prime “pastorelle” a partecipare effettivamente alle attività letterarie dell’ Arcadia. Ciò in virtù delle loro autorevoli abitazioni e delle riunioni, nei propri salotti, di personaggi in vista con i quali intessevano relazioni diplomatiche e politiche. Quando, a 10 anni dalla fondazione, le associazioni delle pastorelle aumentarono di numero, il “custode generale” stabilì delle regole ben precise.

Le aggregate dovevano, infatti, avere l’età minima di 24 anni e professare la poesia. Dovevano frequentare, consumare e usare, socialmente, la cultura. Nei salotti dell’Accademia si dava libero sfogo all’estro creativo: si ascoltava musica, si cantava, si leggevano scritti propri e degli altri, si facevano giochi di parole, si improvvisava e, naturalmente, si conversava. L’abate Giovan Mario Crescimbeni (uno dei fondatori, nonché primo “custode generale”) fece della sua opera “Arcadia”, dedicata alla donna più importante della corte pontificia (Teodora Ondedei Albani), il “manifesto letterario” dell’Accademia romana. L’autore, attraverso il componimento, volle esaltare la figura femminile all’interno dell’Arcadia, indicandola come indispensabile e irrinunciabile. Sosteneva, infatti, che la presenza delle donne fosse fondamentale perché, con la conversazione, “adempivano una funzione civile: non soltanto si educavano al dominio delle passioni, ma educavano alla virtù”. ☺

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