Il debito del pnrr
14 Luglio 2023
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Il debito del pnrr

Il governo Meloni si è liberato del controllo della Corte dei Conti sui fondi del PNRR, ma non potrà fare nulla riguardo ai controlli europei. Infatti sui fondi PNRR si accendono anche i riflettori dell’Agenzia antifrode dell’Unione Europea. L’Autorità ha annunciato di aver aperto “una serie di indagini” sulla gestione dei fondi dei Piani Nazionali di “alcuni Paesi membri” e vede l’Italia al secondo posto nel panorama dell’Unione con dieci indagini che in nove casi si sono concluse con raccomandazioni specifiche alle autorità nazionali competenti. E va aggiunto che gli eventuali “casi specifici” passati al setaccio dall’Agenzia antifrode nulla c’entrano sul piano tecnico con le nuove norme sui controlli della Corte dei Conti: perché le frodi presuppongono il dolo, che resta escluso dallo scudo erariale relativo alla colpa grave in via di proroga con la legge di conversione del decreto P.A., e interessano prima di tutto le Procure della Repubblica.
Sul piano politico la notizia fa effetto. Le sovvenzioni del PNRR non vanno restituite, mentre i prestiti sì, e con gli interessi. Ma nei decreti non c’è scritto a quanto ammontano questi interessi. Potevamo fare diversamente? Potevamo trovare i soldi da qualche altra parte? Certamente sì. Ricordo che la Cassa Depositi e Prestiti (CDP) raccoglie i 280 miliardi del risparmio postale e fino al 2003 finanziava le opere pubbliche a tassi agevolati. Da quella data è stata privatizzata per acquisire quote di partecipazione di controllo o influenza dominante in diverse società tra cui ENI spa (26,1%), Fincantieri spa (71,3%), SNAM (31,35 %) e molte altre. Essa avrebbe potuto essere utilizzata in questa fase storica come leva per un miglioramento sociale, ambientale ed economico del nostro Paese, ma si è preferito privatizzarla, darla alle banche, farvi accedere le grandi società alle quali prima era precluso e contemporaneamente tagliare i trasferimenti agli enti locali decurtando in maniera significativa anche il personale di cui ci sarebbe bisogno per l’attuazione del PNRR. Un suicidio che ora ci costringe a inseguire la UE sul PNRR, ma anche ad indebitarci.
Come evidenziato dal servizio studi del Senato sui 191,5 miliardi del dispositivo, circa 67 sono destinati a finanziare interventi che erano già considerati negli andamenti di finanza pubblica antecedenti al PNRR, di cui 51,4 per progetti in essere e 15,6 per progetti inclusi nel Fondo Sviluppo e Coesione (FSC), mentre 124,5 miliardi sono destinati a spese aggiuntive. Sul lato degli impieghi, pertanto, solo questi ultimi risultano suscettibili di determinare effetti di aumento del deficit. Quanto alle fonti di finanziamento, solo le sovvenzioni europee a fondo perduto, pari a 68,9 miliardi, risultano suscettibili di incidere a riduzione del deficit, in quanto considerate entrate sotto il profilo economico, ai fini del conto delle Amministrazioni pubbliche.
Per quanto riguarda i prestiti, pari a 122,6 miliardi, essi non sono considerati entrate aggiuntive sotto il profilo economico, ai fini del conto della P.A., bensì come mere operazioni di carattere finanziario, non suscettibili di incidere sul deficit, eccezion fatta per i relativi riflessi sulla spesa per interessi (non considerata in questa sede). Gli effetti complessivi del Recovery and resilience facility (RRF), sul deficit, cumulati per l’intero periodo di attuazione del dispositivo, possono essere cifrati in circa 55,6 miliardi, pari alla differenza tra 124,5 miliardi di interventi aggiuntivi e 68,9 miliardi di sovvenzioni. L’utilizzo della CDP non avrebbe comportato aumento del debito pubblico. Un motivo in più per sostenere la campagna “Riprendiamoci il Comune” che promuove due leggi di iniziativa popolare per ri-pubblicizzare la CDP e riformare la finanza degli Enti locali dando più risorse per un Bilancio sociale, ecologico e di genere dei Comuni. ☺

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