Il potere dei segni
Gioiamo per le grida di festa che arrivano da Gaza dopo l’immenso e ignobile male inflitto loro a causa di decenni di apartheid e da due anni di genocidio. Speriamo che anche dalla Cisgiordania possa giungere gioia per la liberazione dall’oppressione di Israele. Gli accordi per una tregua in quella terra martoriata nascondono molte insidie, dubbi e minacce per il futuro. Saranno sicuramente un primo passo, un sollievo, ma non sappiamo se vanno nella giusta direzione.
Non possiamo fermarci, non possiamo tradire le aspirazioni per una integrità territoriale infranta da decenni di soprusi. Il dissenso popolare, che per la prima volta da molti anni coinvolge anche i giovani, è un segno potente che insieme alle tante forme di protesta nonviolenta e soprattutto alla Global Sumud Flotilla ha liberato energie positive, riaffermando un principio di umanità che rischiava di essere seppellito. Perché è questo in gioco: il principio di umanità.
Ci stavamo allontanando e rischiamo ancora di allontanarci inesorabilmente dal terreno dell’umano a causa delle guerre, delle violenze, delle oppressioni dei popoli e del genocidio compiuto. Sembrava prevalere il senso di impotenza, ma con un colpo di reni, un piccolo “resto” ha reagito unitariamente. Il viaggio della Flotilla ha rappresentato per me un esodo, un’uscita dalla schiavitù della nostra terribile realtà, apparentemente desensibilizzata, delegittimata, deresponsabilizzata e disumanizzata. Su quelle imbarcazioni non c’erano solo delle persone animate da nobili sentimenti, ma ciò che restava della nostra umanità, fragile, in balìa del mare. Ma è proprio questa l’umanità più limpida, come quella di un bambino: debole e bisognosa di cura.
In ognuno di noi è iscritto qualcosa di indelebile e inviolabile che si chiama dignità umana. Esiste sempre questa possibilità di ripartire da lì, proprio dal nucleo essenziale della nostra umanità. Abbiamo riconosciuto nel volto di quei bambini feriti, mutilati, affamati, assetati, uccisi, infagottati e stretti al cuore dei loro familiari, una immagine primordiale di cura da cui nasce l’umanità e da qui il progresso civile: la civiltà.
Margaret Mead diceva che il femore rotto e rinsaldato ci insegna cosa vuol dire “civiltà”: la cura di un femore, che rappresenta l’inizio della civiltà, diventa la metafora dell’umanità che ci contraddistingue. Stavamo rischiando di perdere di vista le cose importanti, perché siamo sempre più concentrati sui nostri obiettivi che si perdono e si confondono tra il caos e il disordine dei giorni. Così abbiamo smesso di prenderci cura degli altri, abbiamo perso il senso della parola comunità. Comunità intesa come l’insieme di tutte quelle prassi naturali, sociali e spirituali, che tengono unito un popolo durante tutta la sua esistenza, comunità che si contrappone a quell’eterno vagare di oggi che ci vede come lupi solitari alla continua ricerca di qualcosa. Ed è proprio da questa consapevolezza che dovremmo ricominciare, ripartire dalle persone che rappresentano il primo segno di civiltà umana.
È questo il grande insegnamento: quello di prendersi cura degli altri, trasformare un dolore individuale in un atto collettivo che passa per la capacità di tendere la mano agli altri. Ora stiamo cercando di uscire dalle caverne della nostra indifferenza e abbiamo preso il largo, il mare aperto, abbiamo rischiato e non abbiamo neanche raggiunto la terra promessa, ma abbiamo fatto qualcosa di più: abbiamo messo in moto un’umanità intera.
Questo esodo, sostenuto sin dal principio da alcune persone di buona volontà, l’equipaggio di mare e i donatori di cibo, senza una appartenenza sociale, politica, territoriale, ma riconoscibile come genere umano, si è messo in moto ed è uscito dal torpore, a cui si stava abituando, al quale i segni del potere l’avevano relegato. Stiamo assistendo ad un passaggio epocale: dai segni del potere al potere dei segni (don Tonino Bello). Se loro hanno il potere della finanza, della propaganda e delle armi, alimentato con la menzogna e la violenza, noi abbiamo la possibilità di unirci e dire che non ci stiamo ad un mondo privo di un senso di umanità.
Ci avevano isolato ed emarginato con le nostre stesse parole di pace e giustizia. L’avevano trasformata in guerra per la pace, vendetta per la giustizia, ma nulla hanno potuto per addomesticare e travisare la parola umanità. Sta a noi coltivarla e liberarla da ogni schema violento per tornare nel territorio dell’umano, l’unica garanzia di sopravvivenza. Solo questa prassi fa crescere la vita e il pianeta di cui non siamo i padroni, ma semplicemente i custodi.☺
