Judith malina
5 Maggio 2015
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Judith malina

È morta giorni fa a 89 anni, che avrebbe compiuto il 4 giugno, Judith Malina, la leggendaria attrice e regista che con Julian Beck, aveva fondato nel ’47 il gruppo di teatro che per oltre un quarantennio ha influenzato la storia culturale e sociale americana e europea. Judith, minuta e magra, di fibra forte, si è spenta poco a poco, nella casa di riposo nel New Jersey, la Lillian Booth Home, gestita dall’Actors’ Found dove da almeno cinque anni viveva perché non aveva i mezzi per mantenersi, non avendo mai ricevuto aiuto dal governo americano per sé o per il gruppo. E la cosa può sembrare assurda perché Judith Malina e il Living Theatre sono una pietra miliare della storia della controcultura del Novecento. Un gigante, un’esperienza unica dove hanno convissuto amori, proteste, utopie e voglia di fare politica, nuovi linguaggi teatrali e un misto di mestieri vari per mantenersi.

A New York, nel 1943, Judith Malina, diciassette anni, e Julian Back, diciottenne, si incontrano. Cinque anni dopo, il loro matrimonio coincide anche con l’esordio della avventura artistica concepita all’unisono: proprio nel 1948 prendono avvio le rappresentazioni del Living Theatre, in uno scantinato in Wooster Street. Seguono  le idee di Antonin Artaud: secondo l’artista il processo di disintegrazione del teatro tradizionale doveva scalfire il monopolio del parlato, per riqualificare la spontaneità della tensione drammatica manifestabile mediante il gesto, il suono e l’espressività corporea in senso lato. Negli anni sessanta, Beck e Malina infatti offrivano e rappresentavano sulla scena se stessi, comprovando, quell’identità iconica tra segno e oggetto. Julian Beck ha inoltre ampliato i confini della performance, al punto da includere il pubblico: anche questa è una scelta che contrasta con gli assunti del teatro borghese, dove le reazioni degli spettatori possiedono una responsività per così dire limitata e discretamente prevedibile. Peraltro tale scelta implica una sospensione delle categorie architettoniche tradizionali, palcoscenico e platea: l’annullamento dei determinanti spaziali, della cosiddetta quarta parete, si riflette sulla comunicazione e dunque sulle nuove vicinanze corporee istituibili tra attori e spettatori, in una dinamica che rende più fluido il confronto tra emittente e ricevente; indica altresì la ricerca di una dimensione rappresentativa che si qualifichi soprattutto quale luogo di riunione e scambio tra partecipanti.

“Crediamo in un teatro come luogo d’esperienza intensa fra sogno e rituale, durante il quale lo spettatore perviene ad una comprensione intima di se stesso, al di là del conscio e dell’inconscio, sino alla comprensione  della natura delle cose. Ci pare che solo il linguaggio della poesia arrivi a questo: solo la poesia o un linguaggio carico di simboli e molto distante dal nostro linguaggio quotidiano può condurci al di là del presente che non ha la chiave della conoscenza di questi regni”. Questa affermazione di poetica da parte di Julian Beck – desunta dal numero di dicembre 1961 di Theatre Arts -.

La rivoluzione teatrale di Julian Beck e Judith Malina costituisce pertanto un veicolo comunicativo della loro azione rivoluzionaria nonviolenta: ideologia e spettacolo del Living realizzano una sintesi tra intendimenti di stampo anarco-pacifista e azione politico-artistica antimilitarista, che solidarizzano con le rivolte parigine del ’68 e prendono corpo in un rinnovamento del movimento anarchico a coinvolgimento mondiale, col nome appunto di Collettivo Anarchico

The Connection del ’59 che parlava in modo esplicito della droga, The Brig contro la violenza dell’esercito, per cui Judith e Julian furono arrestati e esiliati a lungo in Europa, Paradise Now del ’68 autentico manifesto non violento delle nuove generazioni, Antigone del ’67 sul valore della legge, e poi Prometheus, Sette meditazioni sul Sadomasochismo Politico… Leggendarie le loro tournée nel mondo, Italia compresa, che si trasformavano ogni volta in marce di protesta e contestazioni contro l’establishment.

Quando nell’85 muore Julian Beck, intellettuale raffinatissimo oltre che attore e regista, in tanti pensano che il gruppo sia ormai finito. Invece questa donna piccola e forte, determinata e intelligente, che anche il cinema aveva voluto omaggiare in più film (tra tutti: la Famiglia Adams e Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sydney Lumet) prende tutto sulle sue spalle e va avanti, con alcuni giovani registi e attori da cui non si separerà fino a qualche anno fa, quando l’età, la stanchezza, l’indigenza, l’hanno sempre più confinata in America. Venne in Italia l’ultima volta nel 2013, poco dopo un omaggio dei Motus a Santarcangelo, in questo caso ospite a Bologna dell’associazione dei parenti delle vittime di Ustica. Volle fare anche un salto al Valle di Roma allora occupato. E ancora non la mandava a dire: “Sono una pacifista, credo nella rivoluzione non violenta e anarchica. L’odio non si combatte con l’odio. La mia famiglia fu sterminata in un campo di concentramento, ma nessuno mi convincerà che per battere i nazisti bisognasse prendere le armi. Bisognava toglierle a loro. Io credo che anche la memoria dell’Olocausto istighi una cultura di odio. Dobbiamo cambiare e solo la nonviolenza può farlo”. Poi accusava l’America: “Lo scorso febbraio, c’è stato l’ultimo brutto colpo – rammentava – la chiusura della sede del Living Theatre, a Clinton Street, nel Lower East Side, a New York. Non c’erano più soldi. Il denaro è sempre stato un problema per il Living. Non sapevamo più come pagare l’affitto”.

Negli ultimi anni erano stati amici ricchi a garantire la sopravvivenza del gruppo: Yoko Ono, Al Pacino che iniziò a recitare proprio al Living, ma alla fine non sono bastati nemmeno loro, né il successo dell’ultimo spettacolo Here we are. “Ci aspettavamo un po’ di fondi, niente. Abbiamo provato di tutto. Alla fine abbiamo dovuto chiudere e io sono finita alla Actors’ Home. Come sto? Sono tutti gentili, ma io soffro. Non sono attrezzata per vivere in un istituto. Vorrei poter tornare nella mia comunità creativa. Stare nel mio gruppo. In America gli anziani sono dimenticati. Così voglio fare uno spettacolo nel quale i vecchi con i quali vivo parlino non del fatto che non camminano più così bene, o non sentono o non vedono più così bene. Ma su come con l’età si diventa più saggi e intelligenti”.☺

 

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