La musa e il minotauro
12 Febbraio 2024
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La musa e il minotauro

Le preziose: con questo titolo apro articoli che parlano di donne di ieri, l’altro ieri, oggi che, come le preziose del settecento hanno agito o vissuto per lasciare il testimone alle altre.

Dora Maar, al secolo Henriette Theodora Markovitch, nasce a Parigi nel 1907. Giovanissima, decide di dedicarsi alla pittura e così si iscrive all’École et Ateliers d’Arts Décoratifs a Parigi, dove incontra Henri Cartier-Bresson. È proprio lui a portare la giovane in direzione della fotografia, apre uno studio in collaborazione con Pierre Kéfer e conosce Man Ray, ma è la nascente street photography a interessarla maggiormente. La grande crisi del ’29 la porta, infatti, a uscire dalle pareti rassicuranti di uno studio fotografico per scendere in strada e toccare con mano la sofferenza della gente, vessata dalla povertà. Dora riesce a catturare la vera essenza di un’umanità dolente, lo sguardo più autentico di madri sole, mendicanti e senzatetto, i momenti di vita vissuta miseramente tra baracche e rifugi di fortuna. A Parigi Dora si reca spesso nella Zone, una serie di terreni incolti nelle vicinanze della città, dove gente poverissima (gli zonards) vive nelle baracche. Qui scatta immagini come “Due bambini davanti a una roulotte” (1931-’36) e “Donna e bambino alla finestra” (1935), efficaci ritratti di povertà così come “Ragazzino con le scarpe spaiate” (1933). L’impegno politico di Dora coincide con il suo ingresso nel gruppo surrealista. Dora Maar è inevitabilmente attratta dalle idee surrealiste: oltre a schierarsi dalla parte dei diseredati, ha un’istintiva e forte inclinazione per il misterioso, il magico e il soprannaturale. Dora è già famosa ovunque.
Poi l’incontro con Pablo Picasso. Galeotto il caffè consumato a pochi tavoli di distanza a Parigi. La Maar, seduta da sola colpisce con un coltellino lo spazio tra un dito e l’altro della mano, inguantata di bianco, non fermandosi se si ferisce. Li presenta il famoso poeta Paul Éluard, che accompagna Picasso. Il pittore si fa dare i suoi guanti insanguinati e li espone su una mensola del suo appartamento.
“Le donne sono macchine costruite per soffrire” questa la legge del gineceo dell’artista. Libertino, infedele, ama le situazioni complicate e rischiose, come fare incontrare le sue amanti, e infatti il pittore spagnolo ricorda come uno dei giorni più belli della sua vita, la rissa fra Dora e Marie-Thérèse Walter, madre della figlia Maya. L’ex moglie si impicca, un’altra amante Jacqueline Roque si spara alla tempia.
Dora Maar entra nel ménage, crede di essere l’unica, non sopporta di elemosinare insieme ad altre donne le attenzioni del “grande artista”, essendo donna di carattere e di fama.
Eppure questa donna viene ricordata solo come la musa del Minotauro (dal quadro di Picasso La musa e il Minotauro) o come la donna che piange. Perché il quadro che Pablo le offre e nelle varie versioni (a volte beffarde) è quella della donna piangente. Dora Maar, non è inconsapevole di questa distruzione tant’è vero che scrive: “Pablo è uno strumento di morte. Non è un uomo, è una malattia, non un amante, ma un padrone”.
Ci sarebbe da chiedersi perché mai un individuo di questo tipo può fermare l’animo, la creatività e la bravura di una donna che di per sé ha caratteristiche di donna dominante. Sappiamo che persone geniali e molto meno affascinanti di Picasso hanno fatto di professione i manipolatori seriali. E sono quelli da cui si deve scappare a gambe levate prima che sia troppo tardi, ma Dora, come tante altre, rimane e accetta di subire mortificazioni e castighi che lentamente le fanno perdere e abbandonare ogni autostima e amor proprio. Picasso le fa abbandonare la fotografia e la fa dipingere: mentre lei eccelle nella fotografia, era abbastanza mediocre nella pittura. La vuole tutta per sé e quindi esclude tutti gli ambienti che lei frequenta. Usa il solito gioco del manipolatore che vuole solo per se stesso, la persona che lui sceglie. È il classico meccanismo, la base di molti amori malati, quelli che a volte sfociano nel finale annunciato del femminicidio, del suicidio.
Ma Dora Maar almeno conserva la lucidità. “Tutti si aspettavano che io mi suicidassi dopo che lui mi aveva lasciato, anche Picasso se l’aspettava. Ma non l’ho fatto per non dargli questa soddisfazione”. Lei sopravviverà certamente al Minotauro, ma in cambio perde completamente la ragione, neanche gli elettroshock di Jacques Lacan, che la prende in cura dopo la rottura con Pablo, serviranno a farle riacquistare la fiducia in se stessa. Si avvicinerà alla religione, con una vita sottotraccia isolata dal mondo e dallo spirito. Muore nel 1977.
Però scopriamo proprio nelle sue fotografie, nel fatto che, per esempio, tutta la preparazione di Guernica è avvenuta attraverso 1’organizzazione di fotografie accuratissime che lei ha creato e fatto per far sì che il suo Uomo preparasse il capolavoro Guernica. La grandezza dell’artista Dora Maar, come tante altre, si è azzerata o è stata azzerata dal suo compagno. Non c’è stata mai ingenuità nella sottomissione di Dora Maar, piuttosto una scelta consapevole di un percorso infernale che continua ancora oggi, sembra, a tentare molte donne.☺

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