La vita prima del debito
30 Ottobre 2014
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La vita prima del debito

Non è affatto vero che lo Stato spende troppo e bisogna quindi tagliarne le spese per tornare sul terreno virtuoso dello sviluppo. È vero invece che lo Stato spende troppo poco rispetto a quanto incassa, venendo così a mancare all’impegno di restituire ai cittadini le risorse che da loro riceve. Il danno maggiore questo squilibrio lo reca all’ occupazione. Di fatto, da quasi due decenni la disoccupazione è spinta in alto dal fatto che lo Stato preleva ogni anno dal reddito degli italiani decine di miliardi in più di quanti non ne restituisca loro in forma di beni e servizi, mentre per lo stesso motivo l’economia è spinta in basso. Stando ai dati del ministero dell’Economia sul bilancio dello Stato relativi al 2013, ad esempio, lo Stato stesso ha imposto ai cittadini di versargli 516 miliardi in forma di tributi e altro. Però ha messo in conto di spendere a loro favore, sotto forma di spese correnti (al netto degli interessi sul debito) e in conto capitale, soltanto 431 miliardi. La differenza a scapito dei cittadini è di 81 miliardi. Le previsioni, stando ai dati ufficiali del bilancio dello Stato, sono anche peggiori. Per il 2014 esse dicono che ai cittadini saranno sottratti 55 miliardi, rispetto a quanto loro dovuto, che saliranno a 86 nel 2015 e a 104 nel 2016. I governi in carica degli ultimi vent’anni e la maggior parte dei media sono riusciti a diffondere nella popolazione…

Con queste parole inizia il contributo del Prof. Luciano Gallino al libro dal titolo La Vita prima del Debito. Perché mai dovremmo pagare? che vede anche la presenza di illustri personaggi e di militanti i quali nel libro svelano, denunciano, annunciano, dimostrano che:

1) senza un’etica condivisa la devastazione sarà inarrestabile;

2) la debitocrazia o la creditocrazia funziona come una idrovora che pompa denaro dai popoli alle oligarchie finanziarie;

3) il sistema dell’anatocismo (interessi su interessi) internazione è colpevolmente ammesso;

4) ridiscutere del debito sia possibile e indifferibile anche in una logica concreta;

5) creare lavoro è possibile;

6) il riorientamento degli investimenti privati e pubblici è la chiave di volta che non porterà un nuovo indebitamento a lungo termine perché quello attuale non è stato determinato dagli investimenti, ma da altre cause concatenate che hanno a che fare anche con vizi tutti italiani, ma soprattutto da dinamiche internazionali perverse.

Il libro vuole mettere in movimento un intero popolo che sta pagando per un debito che è stato già pagato perché si costruisca un’economia che non privilegi più la proprietà, ma la custodia del popolo, del fratello, della sorella e del territorio.

“E tu da che parte stai? Dalla parte di chi ruba nei supermercati o dalla parte di chi li ha costruiti, rubando?” (Francesco De Gregori, Chi ruba nei supermercati). Noi da che parte stiamo? Dalla parte di chi non paga il debito o dalla parte di chi lo ha costruito, accettando i diktat del Fondo Monetario Internazionale e dell’Unione Europea? Islanda, Grecia, Argentina, un domani forse anche Spagna e Italia: i paesi a rischio default sono sempre di più, ma il debito deriva dalla scelta scellerata di investire in derivati e titoli “tossici”.

È giusto accettare i tagli ai servizi, la riduzione dei salari e l’aumento delle tasse, spesso decisi da burocrati europei eletti da nessuno? Cosa ne pensa il mondo cattolico – che con papa Francesco conosce un ritorno della dottrina sociale della Chiesa – e il mondo laico, impegnato a difendere i beni comuni (acqua pubblica, salute ambientale, servizi comunali non privatizzati)?

Un libro che mette i cattolici e i non credenti di fronte alle loro responsabilità: discutere sulla crisi economica e sull’ opportunità di accettare i sacrifici che gli Stati (in primis il nostro) chiedono ai cittadini per superarla. ☺

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