L’era della non pace
19 Settembre 2023
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L’era della non pace

Dopo la Seconda guerra mondiale abbiamo creduto che la percezione di una cultura e di un destino comune dell’Europa fosse non solo possibile ma anche necessario per scongiurare le catastrofi del passato. Ancor più, in seguito al crollo del muro di Berlino, quando il progetto che aveva seppellito la guerra aveva fatto uscire un mucchio di paesi dalla dittatura per abbracciare la democrazia e ampliare gli orizzonti di decine e decine di milioni di persone. Ma nel 2016 quando il Regno Unito ha votato per uscire dall’Unione Europea e Donald Trump ha conquistato la Casa Bianca è sembrato che quella spinta si fosse fermata se non naufragata del tutto. Come spiegare questi ultimi anni è la domanda che la guerra in Ucraina ha reso più acuta e drammatica.
E se questo vantato processo di globalizzazione che sembra unire fosse, invece, la causa della segregazione e del conflitto? Sembra che il mondo interconnesso di oggi non solo non garantisca la pace ma contenga in sé e di per sé la premesse della non pace, l’interdipendenza pare sia una fonte di vulnerabilità più che di opportunità. Uno stato fisiologico di non pace combinato con l’ascesa della rivalità geopolitica delle grandi potenze. Sistemi democratici e liberali, capitalismi autoritari, autocrazie illiberali sono lì per restare. Divergono gli interessi delle maggiori potenze, a cominciare da Cina e USA alle prese con una battaglia per la supremazia tecnologica: aumenta il tasso di competitività; crescono i rischi di una spirale tra protezionismo economico, e conflittualità politico-militare. Paradossalmente tutti i fattori di connessione che sembravano favorire la convergenza sembrano, ora, spingere in direzione opposta. Forse dovremo abituarci ad un mondo instabile e soggetto a molteplici crisi, caratterizzato da un antagonismo perpetuo? L’Europa stessa che si è pensata per sette decenni come progetto di integrazione finalizzato alla pace, si trova ora a ripensare sé stessa e la propria visione del mondo.
Contrariamente alla narrazione ottimistica degli anni Novanta del secolo scorso, dopo una fase di grande convergenza siamo entrati in una fase di forti divergenze. Paradossalmente tutti i fattori di connessione che sembravano favorire la convergenza, sembrano, ora, spingere in direzione opposta.
Ci troviamo di fronte al vero enigma della connettività. Tutto dipende da come vengono assorbiti, utilizzati e, per quanto possibile, governati i flussi globali che collegano luoghi e persone, grazie a reti, infrastrutture, catene di valore, scambi di beni, componenti e servizi. Qui il ruolo degli Stati torna ad essere centrale: scelte di investimenti, decisione di catene di valore, politica industriale, controllo delle tecnologie critiche.
Alla lista di ciò che unisce dovremmo aggiungere un altro fattore essenziale che viaggia sulle reti delle connettività: le idee. Concetti come diritti individuali, libertà civili, riduzione delle disuguaglianze economiche passano sotto traccia anche attraverso i confini più impenetrabili perché le idee sono difficili da fermare e possono generare grande instabilità, soprattutto in regimi politici che non tollerano la critica e il dissenso.
Il ciclo dalla globalizzazione al conflitto ha precedenti storici ben noti. Forse l’Europa pensava di esserne immune. La guerra della Russia in Ucraina – invasione di tipo imperiale che è subito diventata uno scontro molto più vasto attorno a interessi e sistemi di valore incompatibili – segna un brusco risveglio. E mostra fino a che punto petrolio, gas e cibo siano diventati “armi” della connettività e dell’interdipendenza. La guerra in Ucraina, sommata alla competizione tecnologica tra USA e Cina ha dimostrato che economia e geopolitica non possono più essere separate. È il conflitto che non osano nominare. I corpi si ammassano, le strutture al suolo distrutte; piovono continuamente bombe, il terrore si estende in tutte le direzioni. Ma in Russia non è ancora consentito chiamare “guerra” l’attacco all’Ucraina, a meno che non si voglia fare quindi anni di prigione. L’arsenale bellico del XXI secolo ha compreso sanzioni economiche, interruzioni energetiche, accaparramento del grano, flussi di migranti e rifugiati, attacchi informatici, sequestro di bambini ed altro.
Il rifiuto di Putin di usare la parola “guerra” può sottendere una verità più profonda sulla geopolitica: la distinzione tra guerra e pace è diventata sostanzialmente obsoleta. L’Ucraina, consolidatasi come Stato moderno e democratico a partire dalla caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, è stata da subito segnata da legami confliggenti con la Russia da un lato e con l’Europa dall’altro: in tal senso è quasi l’incarnazione fisica dei “conflitti di connettività” in una nuova “era di non pace”, mentre si svolge “la terza guerra mondiale a pezzi”.
Mi piace concludere con un piccolo passo di don Mazzolari in Adesso del 1° ottobre del 1950: “Quando si è concordi nel dichiarare che per fermare la guerra, per far guerra alla guerra bisogna strappare al più presto le sorti della pace dalle mani di qualsiasi suo speculatore, comunque si nomini e ovunque dimori e restituire ad essa i divini connotati che Cristo le ha dato e che la chiesa custodisce e che la povera gente di ogni parallelo, di ogni lingua, tribù e nazione ravvisa e invoca, il dialogo può riprendere: è bene che riprenda”.☺

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