L’età dei torbidi?
17 Novembre 2015
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L’età dei torbidi?

La decisione di Margaret Thatcher e Ronald Reagan a favore di una totale liberalizzazione del movimento dei capitali sancisce il passaggio fra due epoche, dall’età dell’oro – o del capitalismo regolato – all’età del capitalismo finanziario o del capitalismo non regolato. Oggi la crisi del finazcapitalismo rischia di travolgere anche le economie occidentali, dopo quelle dei paesi prima denominati “in via di sviluppo”.

Nell’età dell’oro l’equilibrio tra politica ed economia si spostò dalla parte della politica. Lo Stato aveva un ruolo primario nell’economia attraverso politiche attive, macroeconomiche e industriali. Il lavoro organizzato aveva rafforzato il suo potere nelle grandi imprese fordiste. In pari tempo si svilupparono due nuovi processi. Il primo riguardò l’introduzione nell’impresa di innovazioni elettroniche e informatiche rese possibili dal progresso tecnologico. Consentirono una radicale ristrutturazione del modello fordista, che aveva favorito l’organizzazione di massa dei lavoratori, verso un modello differenziato, parcellizzato e flessibile che comportava una contrazione dell’ occupazione e una differenziazione delle mansioni, a tutto danno della forza e compattezza delle organizzazioni sindacali. Il secondo si svolse sul terreno monetario internazionale. I forti aumenti del prezzo del petrolio avevano gonfiato i profitti dei paesi produttori e delle compagnie alimentando depositi in dollari (petrodollari) in un nuovo mercato finanziario, dell’eurodollaro, sottratto al controllo delle autorità monetarie americane. Questa massa mobile esercitò una pressione diretta per estendere la mobilità dei capitali a tutto il mercato finanziario e determinò la storica decisione del duo anglosassone Thatcher-Reagan della totale liberalizzazione del movimento dei capitali. Fu questa decisione ad attivare il grande processo di globalizzazione dell’economia che modificava i rapporti di forza tra le grandi corporation, divenute “multinazionali”, e gli Stati nazionali. La massa delle attività finanziarie si gonfiò smisuratamente, da 10 a 20 volte – si stima – il prodotto lordo mondiale. Ciò ha mutato profondamente le dimensioni e la natura del capitalismo, nel quale la finanziarizzazione è diventata dominante, modificando, a sua volta, la natura e i rapporti tra i due grandi strumenti della finanza: la moneta e il credito. Strumento prevalentemente regolativo la prima (moneta), prevalentemente espansivo il secondo (credito). Regolano e potenziano il mercato, traendo però in origine la loro forza da una fonte esterna al mercato: è l’autorità politica del sovrano, autoritaria o democratica, che legittima e rende possibile la loro funzione. L’arbitro del gioco era al di fuori del gioco.

Come è ben noto la funzione della moneta è triplice: unità di conto, mezzo di pagamento, riserva di valore. Funzioni che può svolgere sulla base di un atto di fiducia sorretta dal fatto che la moneta é ancorata a un oggetto generalmente pregiato. L’oro è stato l’idolo di questa magia e la convertibilità della moneta in tale idolo è stata, per secoli, la garanzia sulla quale si è fondata la fiducia. Il credito è una promessa. Si fonda anch’esso sull’atto di fede che impone la restituzione del prestito. Occorrono due fiducie paritarie: la moneta convertibile e il credito solvibile.

La storia, però, rivela che la convertibilità funziona solo in quanto la moneta non sia convertita e la solvibilità solo in quanto il debito non sia restituito. All’inizio il dollaro si mise, come Napoleone, la corona in testa da solo. Alla fine, il duo Thatcher-Reagan scatenò la liberalizzazione dei capitali che fece dell’indebitamento non più una promessa, ma una permanente scommessa. La finanza si basa non più sulla convertibilità e sulla solvibilità, processi distinti, ma sulla liquidità (nel senso di Bauman, della liquefazione, non di Keynes, della preferenza). E i due strumenti, la moneta e il credito, praticamente si identificano.

È ora possibile giudicare in tutta la sua portata le due fatali decisioni degli anni Settanta: segnarono letteralmente il passaggio dall’età dell’oro all’età dei torbidi e decretarono l’abbandono di moneta e credito al mercato mondiale, che privò in pratica i governi degli Stati della loro sovranità monetaria e finanziaria. Il crollo del sistema di Bretton Woods e la liberalizzazione dei capitali condussero alla depoliticizzazione e all’autonomizzazione del mercato finanziario mondiale.

C’è da chiedersi: quali reali problemi pone alle economie e alle società un tale “sistema”? Esistono condizioni per emendarlo e regolarlo? Sarà argomento del prossimo articolo.  ☺

 

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