letture accattivanti
28 Marzo 2011
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letture accattivanti

 

Ricordo con nostalgia non solo la “malattia” dell’infanzia ma anche le malattie infantili. Erano malattie che non destavano preoccupazioni e che mi facevano guadagnare molti privilegi: potevo stare nel lettone dei miei genitori, ero circondata da mille attenzioni da parte dei parenti che mi venivano a trovare portandomi piccole prelibatezze: qualche caramella, un dolce, un frutto inusuale… Io godevo beata di quelle vacanze inattese, di quella dolce spossatezza che la febbre comporta e persino degli sguardi d’invidia che i miei fratelli mi lanciavano dalla soglia della stanza dove era vietato entrare per non disturbarmi. Ma la cosa che più mi piaceva delle mie malattie, specie in convalescenza, era la compagnia consolatrice dei giornalini e dei libri che riempivano magicamente il mio tempo. Ricordo che mio padre tornava a casa col Corriere dei Piccoli dove c’erano le vicende in rima del Signor Bonaventura che iniziavano sempre così: “Qui comincia la sventura del Signor Bonaventura…”, un eroe per caso, buono, ingenuo, elegante nei suoi ampi pantaloni bianchi e nella mantellina rossa, affiancato dal suo immancabile bassotto giallo. La sventura del protagonista si trasformava inevitabilmente nella fortunata vincita di un milione. Mio padre mi procurava anche consunti volumetti di narrativa che prendeva alla Biblioteca Comunale.

A me, bambina dai facili languori, non piacevano i “libri per maschi”, quelli avventurosi di Salgari o di Verne anche se, col senno di poi, posso affermare che in queste pagine di scienza-fantasia, il bambino, partendo da un poetico incanto, trova la migliore propedeutica al sapere. I libri che preferivo erano quelli di fiabe, ma mi piacevano anche quelli di “ordinaria” disperazione che culminavano in Cuore, scritto per far piangere con la sua sfilza di morticini, mutilatini, muratorini ecc.  In assoluto, però, prediligevo Pinocchio; forse versai lacrime sulla scena finale della storia, in cui l’ormai bambino per bene contempla le spoglie del burattino che era stato dicendo: – Com’ero buffo quando ero un burattino di legno!- A me dispiaceva moltissimo che quella simpatica birba fosse diventato un banale bravo bambino e che fossero finite le sue birichinate e le sue scorribande per le campagne toscane. Quel finale acquistava un sapore di festa finita e il significato definitivo di un addio; è come se si fossero spente per sempre le luci fantasmagoriche del Gran Teatro dei Burattini di Mangiafuoco.

Dei libri di allora mi restano sensazioni visive, tattili, olfattive: pagine ingiallite, ruvide, mangiucchiate, che sapevano di stantio, di polvere, di “vissuto”; immagini suggestive, disegnate con l’inchiostro di china o dipinte con colori essenziali…; vivide emozioni di storie ora considerate obsolete per stile, linguaggio e contenuto ma che io ho molto amato e che, a distanza di quasi mezzo secolo, mi forniscono una chiave di lettura di me stessa come lettrice e come donna (è impossibile, del resto, scindere la propria biografia di lettore dalla storia della propria anima).

 I tempi di oggi, dell’era multimediale, della rapidità mediatica, del chiasso sonoro e visivo hanno portato alla morte della lettura con tutto ciò che essa offriva di arricchimento alla psiche e, per conseguenza, alla morte di quel “tempo interiore”, di quella “distensione dell’anima” che è la condizione di ogni ritmo narrativo. Invano, noi insegnanti, cerchiamo strategie per stimolare nei nostri alunni l’amore per il leggere: ai troppi libri che già posseggono aggiungiamo altri: morbidi, sonori, profumati, cartonati, animati, ci trasformiamo in attori consumati per mimare, dare espressione ai brani proposti, per catturare la loro attenzione ma l’interesse dei bambini è effimero e non trova continuità e radice nei loro mille impegni quotidiani. ☺

 

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