L’inganno possibile
12 Aprile 2026
laFonteTV (4175 articles)
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L’inganno possibile

“Lascia il tuo sguardo libero, non farti raccontare il mondo da nessuno”: chi parla è Mario, “un maestro di scuola elementare messo a riposo”, che si rivolge al protagonista, suo temporaneo compagno di ‘sventura’ – ricoverato come lui nel reparto psichiatrico di una clinica. La citazione è tratta dal romanzo di Daniele Mencarelli, Tutto chiede salvezza (Mondadori, 2020), da cui è stata tratta un’omonima serie televisiva. E parto da qui per condividere qualche riflessione sul vocabolo inglese hype [pronuncia: haip] che sembra diventato molto di moda e che viene ormai utilizzato quando si vuole indicare la montatura mediatica o sociale che fa sì che un elemento evidenziato risulti ampiamente desiderabile.
Mi spiego: secondo l’Accademia della Crusca hype è un prestito integrale dall’inglese ed ha il significato di ‘inganno, truffa’. Il vocabolo, relativamente all’ambito delle scienze sociali, traduce “una forma di attenzione mediatica intensa, spesso esagerata, creata attorno a un prodotto, un evento o una tecnologia per generare aspettativa spasmodica e desiderio”. A questo primo significato del termine va aggiunto quello che lo vede come aggettivo: in questo senso può riferirsi ad una persona ‘chiacchierata e di successo’, come pure ad un evento o fenomeno degno di rilievo. Una delle caratteristiche dell’hype è la sua temporaneità, il suo apparire improvviso e rapido, il tempo necessario per creare attenzione e sfruttare il clamore sociale.
Interessante è l’uso che in Rete se ne fa, specialmente da parte dei più giovani, i quali utilizzano il termine all’interno del linguaggio gergale con cui comunicano tra loro. Secondo il vocabolario Treccani i siti specializzati, blog e forum in cui la parola è presente, “sono dedicati ad argomenti specifici come videogiochi, musica e film; […] in questi contesti si reperiscono anche esempi d’uso in espressioni come ‘avere l’hype (per qualcosa)’ o ‘essere in hype (per qualcosa)’, che valgono ‘essere in attesa febbrile di qual- cosa’ (tendenzialmente, ma non solo, l’arrivo sul mercato di qualche prodotto o il verificarsi di qualche evento)”.
Siamo tutti abbastanza esperti – forse direi ‘scafati’ – per non diffidare delle pressioni pubblicitarie che la società occidentale continuamente ci propone. E ne conosciamo bene gli effetti! Non stupisce quindi, allo sguardo di un osservatore accorto – come può esserlo il personaggio di Mario del romanzo sopra citato -, l’esagerata visibilità e risonanza che viene riservata ad eventi o prodotti i quali, per meri interessi economici, devono essere proposti al maggior numero di persone. Al riguardo l’editoriale del mese scorso, a firma del nostro direttore, ha sottolineato che “tra i compiti fondamentali dell’informazione dovrebbe esserci quello di contrastare notizie ingannevoli, chiedendosi chi possa avvantaggiarsi dalle frottole messe in giro ad arte”. Ed ha aggiunto che lo spirito della nostra rivista – periodico di resistenza umana – è quello di “fare controinformazione, schierandosi sempre contro false verità spiattellate ai quattro venti” (la fonte n. 235, marzo 2026).
Tornando al vocabolo vorrei segnalare che esso è stato introdotto nella lingua inglese all’inizio del secolo scorso (intorno agli anni ’30) e dal punto di vista etimologico, secondo alcuni studiosi, la sua è una derivazione parziale da hyperbole [pronuncia: haiperbeli] in italiano‘iperbole’, dove il prefisso di origine greca significa “oltre, in eccesso”. Dell’originale termine ‘iperbole’ resta il valore semantico di esagerazione, mentre la brevità del vocabolo si inserisce ampiamente nella tradizione inglese della sinteticità. Per essere precisi l’iperbole è, sul piano linguistico sia in italiano che in inglese, una figura retorica, vale a dire un modo di esprimersi, in un discorso o in un testo, che ha lo scopo di agevolare la spiegazione di ciò che viene comunicato attraverso un’immagine amplificata (in eccesso) oppure ridotta per difetto: pensate alle espressioni “Ci conosciamo da una vita!”, oppure “Non la sento da secoli!”. È chiaro che si tratta di un modo di parlare che si serve di espressioni non realistiche per veicolare il carattere particolare di situazioni che si stanno sperimentando.
La novità dell’hype contemporaneo va oltre l’eccesso o difetto della figura retorica: esso si traduce in un’operazione ‘studiata’ a fini pubblicitari, con l’obiettivo di raggiungere sempre più destinatari e di conseguenza accrescere la diffusione di ciò che in un particolare momento si vuole evidenziare; spesso esso diviene una strategia per rendere un prodotto o un’idea ‘di moda’ oppure ‘indispensabile’ prima ancora che sia disponibile.
“L’orrore vero di queste novità, predicava Ettore [il protagonista de L’ immensa distrazione di Marcello Fois (Einaudi, 2025)] è che poi si finisce per credere che siano sempre esistite. E ci si convince che non sia più possibile vivere senza.”☺

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