PD: sarà un congresso vero?
9 Ottobre 2023
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PD: sarà un congresso vero?

“Adelante, Pedro, con Juicio, si puedes”, così fa dire il Manzoni ne I Promessi Sposi al Gran Cancelliere di Milano, mentre la carrozza avanzava circondata dal popolo in tumulto. Questa è l’espressione divenuta proverbiale che mi è venuta alla mente alla notizia del rinvio del Congresso regionale del Partito Democratico. Una buona notizia a metà, alla quale bisogna guardare con grande prudenza. Buona, perché si pone la condizione minima, perché il Congresso non si risolva in una delle tante farse della Politica. Il rischio più che reale era quello di un congresso consumato in qualche spicciolo di settimana nel consueto accordo fra quei capi-corrente che in questi anni hanno fatto e disfatto, secondo i loro particolari interessi. ‘Quattro amici al bar’, la canzone di Gino Paoli del 1991, potrebbe fare da colonna sonora a questa non certo edificante storia della sinistra molisana. Le ultime elezioni regionali, il loro esito e gli eletti ne sono una coerente rappresentazione.
Un Congresso che si svolge in tre mesi teoricamente può avere le condizioni temporali, perché sia un congresso vero con primarie reali. Ma la prudenza, il juicio è d’obbligo, perché se il Congresso dovesse risolversi in una messa cantata che dura tre mesi e non tre settimane, si sarebbe solo allungato il brodo di uno spettacolo che comunque sarebbe indecoroso. La vera questione è: nel congresso vi sarà un dibattito vero sulla catastrofica sconfitta politico-elettorale delle ultime elezioni regionali o no? Emergeranno posizioni e responsabilità chiare in quel cruciale passaggio politico e un ragionamento serio sul futuro? Si andrà a candidature contrapposte e a primarie aperte alle quali possano partecipare quanti hanno a cuore il futuro della sinistra, della democrazia e il destino del Molise o avremo la consueta spartizione privata fra i soliti piccoli mandarini? La mia insistenza sul Congresso del PD non è solo indignazione per lo scippo politico che è stato fatto nelle ultime elezioni regionali, dove ha votato la minoranza degli aventi diritto al voto, ma viene da due ragioni ben più di fondo.
La prima attiene alla natura dei Partiti politici, la cui esistenza e la cui funzione è sottolineata così nell’articolo 49 della Costituzione: “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. In questo articolo si affronta il tema delicatissimo del rapporto fra cittadini, partiti e Stato. Rapporto che chiama in causa la trasparenza e democraticità della vita dei partiti i quali hanno la responsabilità di amministrare la cosa pubblica e non una società privata. L’abolizione del finanziamento pubblico del 1993, dopo la vicenda di ‘Mani pulite’, non solo non ha risolto il problema, ma per alcuni versi lo ha aggravato, perché in questi ultimi anni è ancor più aumentato il condizionamento e il peso di lobby e interessi privati sulla politica e sullo Stato. E oggi ogni rilevamento nella società evidenzia la totale rottura di fiducia fra la grandissima parte dei cittadini e gli stessi partiti. Il Congresso del PD non dovrebbe essere un affare privato dei maggiorenti del PD, ma dovrebbe rappresentare un passaggio democratico e politico al quale ogni cittadino, al di là della sua fede politica, dovrebbe prestare attenzione. Se soggetti politici che per Costituzione hanno una funzione non solo di parte ma anche nazionale, vengono ridotti “a stalle” al servizio di Tizio, Caio o Sempronio, il danno è al sistema democratico nel suo insieme. E infatti il danno che si è prodotto prima e dopo la vicenda di ‘Mani pulite’ è così profondo che i cittadini si sono allontanati sempre più dalla politica e dal voto, ed oggi legittimamente si può parlare di crisi della democrazia.
Vi è poi una seconda ragione che mi obbliga a guardare con passione politica al Congresso del PD, ovvero l’ansia per il futuro e il destino della sinistra. La crisi della sinistra è parte della crisi della democrazia, una crisi che ha una dimensione internazionale, e che però in Italia ha una sua peculiarità. In realtà nel nostro paese, in modo più o meno consapevole, si è perseguito in nome del “nuovismo” la idea autolesionista di superare la stessa sinistra. Prima la liquidazione, non il cambiamento del PCI, poi la fine dei Democratici di Sinistra per arrivare ad un indistinto Partito Democratico con al centro l’obiettivo malsano del governo per il governo. Malattia culturale e politica che ha metastatizzato tutto il Partito, da Roma a Campobasso. È un male antico che Berlinguer aveva individuato con la famosa intervista sulla questione morale, già ai primi anni ‘80. Il partito si è trasformato in una somma di comitati elettorali, il “noi” antico si è risolto in una moltiplicazione di personalismi, si è perso insediamento sociale e connessione sentimentale con il popolo.
Per queste ragioni è interessante, forse importante, l’arrivo di Elly Schlein sulla scena politica e la sua conquista della segreteria del PD. Lo è per almeno due ragioni. La nuova segretaria del Partito Democratico ha presentato e sostiene un progetto che riprende contenuti culturali e sociali della sinistra di ieri e di oggi; in secondo luogo, la Schlein è divenuta segretaria proprio contro quel ceto politico che ha trasformato il PD in un contenitore di interessi privati.
Il rischio è che la nuova segretaria resti a metà del guado e finisca come l’asino di Buridano che morì di fame per non saper scegliere: il primo atto in Molise, le recenti elezioni regionali ne è una solare testimonianza. Ora siamo al congresso del PD molisano: se son rose, qualcuna deve iniziare a sbocciare.☺

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