Più falò che stelle
21 giugno. È la notte più breve dell’anno, una notte magica in cui ci si può aspettare di tutto. Lo sapeva bene William Shakespeare, che vi ha ambientato quella che è forse la più nota tra le sue commedie, Sogno di una notte di mezza estate. Gli incantesimi e i sortilegi che vi accadono, tra miti greci, fate e folletti, sembrano ricordare quelli del Litha, una festività pagana – per la precisione celtica – che coincide con quello che in latino viene chiamato solstitium, ovvero il fermarsi del sole. In quel giorno infatti il sole si ferma letteralmente alla massima altezza sopra l’equatore celeste per poi riscendere, determinando il progressivo accorciamento delle giornate.
Il rito della celebrazione del solstizio si trova citato per la prima volta nel De temporum ratione, opera cronografica di Beda, un erudito britannico morto nel 735, che meritò l’appellativo di Venerabile per la sua immensa dottrina, ma preferì rimanere un umile monaco per tutta la vita.
Nel processo di cristianizzazione degli antichi riti pagani, la Chiesa cattolica ha poi legato il solstizio d’estate alla figura di san Giovanni Battista, trasformando i culti solari nei falò di San Giovanni. Come il solstizio invernale ha finito per coincidere con la nascita di Gesù, nella notte tra il 24 e 25 dicembre, quello estivo è stato sovrapposto alla festa per la nascita del Battista, nella notte fra il 23 e il 24 giugno: un unicum nel calendario liturgico cattolico, che celebra tutti gli altri santi solo nel giorno del loro martirio o della loro morte, ma non della loro nascita. In altre parole, il solstizio d’inverno si lega alla nascita di Gesù in coincidenza con il momento in cui la durata della luce del sole (Cristo) inizia a crescere, mentre quello d’estate celebra l’ultimo profeta prima che la luce inizi a calare. Il processo che ha trasformato questi due appuntamenti astronomici in due capisaldi del calendario liturgico cattolico si può ricavare dai Sermoni di sant’Agostino. In una delle sue prediche il vescovo di Ippona aveva infatti ipotizzato che una delle ultime frasi pronunciate dal Battista prima di essere imprigionato, e riportata nel Vangelo di Giovanni (3,30), “Egli deve crescere e io invece diminuire”, potesse riferirsi proprio al solstizio d’inverno e d’estate.
La notte di san Giovanni ha assunto così una grande importanza in un’Italia ancora profondamente contadina. Ma, nonostante l’intervento della Chiesa, è rimasta tradizionalmente legata a riti popolari e quasi magici, continuando di fatto a sovrapporre credenze antiche a una festività religiosa: l’ accensione di grandi falò non è altro che il tentativo di propiziarsi il raccolto, e non solo. Un vecchio proverbio recita: “La notte di San Giovanni destina il mosto, i matrimoni, il grano e il granturco”. Io stessa ricordo – ora sorridendo – di aver praticato da bambina un rito diffuso a Bonefro, come nel resto del Molise: quello di immergere nell’acqua un po’ di piombo fuso, che, solidificandosi, formava delle figure da interpretare per individuare un futuro marito. E non è un caso che si raccolga proprio in questi giorni la prodigiosa erba di san Giovanni (si veda l’articolo di Gildo Giannotti su la fonte di giugno 2022).
Di questa atmosfera a metà tra la festa religiosa e i riti magici ci ha lasciato una testimonianza in versi Giorgio Caproni, in una poesia giovanile, San Giovambattista, dalla raccolta Come un’allegoria del 1936: “Tersa per chiari fuochi/ festosi, la notte odora/ acre, di sugheri arsi/ e di fumo”. Si tratta solo della prima strofa, ma sufficiente a evocare l’atmosfera di questa notte come quella di una favola.
Spostandoci dal Molise alla Liguria cantata da Caproni e infine alla Toscana, non si può non richiamare un altro frammento di saggezza popolare, qual è il proverbio “San Giovanni non vuole inganni”. Nato a Firenze nel Medioevo, insieme al fiorino d’oro, che da un lato portava impresso il giglio, simbolo della città, e dall’altro l’immagine del Battista, già allora suo patrono, il detto stava a significare che apporre l’icona del santo sulla moneta valeva come garanzia di autenticità (la lega metallica di cui era composta doveva contenere esattamente 3,54 grammi d’oro). Ma nei secoli successivi questo significato si è esteso fino a indicare qualsiasi inganno, torto o ingiustizia. In realtà il giorno di san Giovanni, il massimo momento in cui godere il sole e la bella stagione, una sorta di inganno con sé lo porta. Proprio dal solstizio d’estate, il giorno più lungo dell’ anno, la luce, come si accennava, comincia purtroppo a diminuire, dando inizio alla fase calante che culminerà nel solstizio d’inverno. Non a caso, nella cultura celtica e nel relativo calendario, l’estate non inizia con Litha, bensì con un’altra festività, Beltane, che cade il primo di maggio. Ma questa è un’altra storia…☺
