primavera egiziana   di Francesco De Lellis
1 Dicembre 2012
0 comments
Share

primavera egiziana di Francesco De Lellis

 

Vivere perennemente all'opposizione non ha facilitato agli islamisti il compito di elaborare una politica economica articolata, semplicemente perché non avevano alcuna prospettiva realistica di andare al potere, ed era molto più facile criticare i governi di turno piuttosto che proporre un'alternativa che non avrebbero mai potuto attuare. Eppure molti intellettuali e accademici, membri attivi di questi movimenti, si sono cimentati nell'elaborazione di idee e proposte concrete in campo economico.

Il caso che mi è più familiare (e forse anche il più esemplare essendo stato per decenni il centro politico del mondo arabo) è quello dell'Egitto, dove a partire dagli anni '70 la politica di “apertura” di Sadat significò, da una parte, un maggior pluralismo e la fine del carcere per molti islamisti, dall'altra, la liberalizzazione economica e il graduale passaggio ad un'economia di mercato. Ma l'intesa con Sadat, se mai ci fu, durò poco, e anche se non tutti rimpiangevano le nazionalizzazioni e l'economia pianificata del ventennio precedente, ben presto l'opposizione islamista si concentrò sulla lotta alle politiche neoliberiste. (Un altro tema scottante era l'alleanza con gli USA e la pace con Israele. È in questo periodo inoltre che alcune frange islamiste dichiarando il regime infedele e illegittimo prendono la via della lotta armata e del terrorismo). In questi anni era centrale nella loro opposizione l'enfasi sulla necessità dell'indipendenza del paese dalle potenze straniere, enfasi che aveva poco a che fare con l'Islam e molto di più con idee nazionaliste o terzomondiste di impronta marxista.

Ma il richiamo alla religione era e resta fondamentale nella denuncia del capitalismo (ma anche del socialismo) come sistema amorale, basato solo sulla considerazione dei bisogni materiali dell'uomo, ignorando quelli spirituali. Ad esso, rifacendosi a principi tratti direttamente dal Corano e dalla Sunna (vita, atti e detti) del profeta, gli islamisti oppongono un'economia sì di mercato, ma regolata e limitata da un inquadramento etico di fondo.

I principi fondamentali alla base di questa “economia morale” ruotano intorno al modo in cui sono intesi i concetti di proprietà e di solidarietà. Sin dalle sue origini l'Islam ha riconosciuto e tutelato la proprietà privata come diritto, mai inteso però in senso assoluto, perché la proprietà di tutto ciò che esiste in ultima istanza appartiene sempre a Dio, e l'uomo in quanto suo vicario è tenuto a farne un uso responsabile e giusto. L'accumulazione non è necessariamente vista come un male, ma quando va contro i bisogni della società e il dovere della solidarietà, allora diventa illecita.

Ed ecco che una serie di regole già previste dai testi sacri vengono oggi prese dagli islamisti come esempi a dimostrazione che l'Islam può essere al passo coi tempi senza per forza doversi rifare a canoni occidentali: il divieto del monopolio; il divieto di interesse (ogni guadagno che non proviene dallo sforzo umano è considerato usura); il dovere di pagare la zakat, una tassa patrimoniale che si applica a tutti coloro al di sopra di una certa soglia e i cui introiti vanno a soddisfare i bisogni delle categorie più deboli. L'uso morale della proprietà e la necessità di realizzare la giustizia tra gli uomini portano ad altri due principi molto significativi: il diritto dello stato ad intervenire nell'economia (per correggere situazioni di squilibrio, ma anche per dirigere lo sviluppo in maniera che sia a beneficio della nazione e non di pochi), e il diritto delle generazioni future ad ereditare un pianeta sano e altrettanto ricco di risorse sufficienti al benessere di tutti (spesso articolato in maniera ancor più radicale dell'idea di sviluppo sostenibile usata in contesti internazionali come l'ONU). ☺

 

eoc

eoc