Quale lavoro vogliamo?
8 Maggio 2021
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Quale lavoro vogliamo?

Due recenti notizie collegate in vario modo al tema del lavoro rendono indispensabile, per noi che lavoriamo ad un mondo altro e ad una società capace di prendersi cura di sé, dell’altro e del pianeta, riflettere sui paradigmi vecchi, ancorché camuffati con una vernice di rinnovamento, che continuano a dominare nel mondo.

Presto Amazon atterrerà nel Nucleo Industriale di Termoli, portando a quanto pare in dono 800 assunzioni; altri posti di lavoro in numero notevole sarebbero assicurati dal progetto South Beach, la megaspeculazione edilizia proposta su 160 ettari costieri in agro di Montenero.

In tempi di pandemia, queste notizie potrebbero sembrare una manna dal cielo per i tanti giovani (e meno giovani) disoccupati in terra di Molise, considerando l’ emergenza economica e sociale provocata dal virus, le cui conseguenze peseranno per molti anni a venire. Ma se andiamo oltre il semplice dato numerico, balza agli occhi il fatto che in tutti e due i casi i progetti comportano costi non sostenibili ed eticamente inaccettabili per la collettività e per il territorio.

Nel caso di Amazon, sappiamo tutti che i giganti della logistica traggono i loro enormi profitti da una politica di tutele e rispetto dei diritti del lavoro assolutamente non equa e garantista, fino a sconfinare nello sfruttamento; mentre nel caso di South Beach il dato positivo della disponibilità di posti di lavoro è totalmente annullato dai danni spaventevoli ed irreversibili inferti al patrimonio paesaggistico e agli ecosistemi costieri dalla colata di cemento, definita unanimemente il peggior attacco all’ambiente mai progettato in Italia.

Ciò che colpisce in queste vicende è l’identica concezione di territorio ad esse sottesa: ancora una volta non bene comune e volano di vera crescita sostenibile, ma bancomat elettorale, sociale, ambientale da sfruttare con indecente protervia, considerato “cosa nostra” e visto solo come vettore di lavoro temporaneo, precario e a buon mercato.

È avvilente constatare come la pandemia, quella da cui tutti dovevamo uscire migliori, si stia rivelando invece l’ occasione d’oro perché il capitalismo iperliberista aggravi ulteriormente e senza contraddittorio l’erosione dei diritti, usando senza scrupoli il ricatto del lavoro che non c’è per rendere ancora più evanescenti, temporanei e non garantiti i posti di lavoro offerti.

Si aggrava dunque l’estrazione di valore dalla madre terra e dai lavoratori e si accentua il peso delle disparità di genere, mentre vengono meno, grazie alla disperazione provocata dal Covid e non contrastata efficacemente dall’intervento statale, tutte le conquiste che gli anni’70 avevano portato, con l’incessante elaborazione teorica di associazioni, femminismo, partiti e sindacati.

Del resto basta leggere i bandi di concorso appena emanati dal Ministero della Funzione Pubblica, annunciati con grande trionfalismo del tutto immotivato, per capire che la stessa visione domina anche a livello nazionale: si tratta infatti di concorsi che tagliano fuori i giovani neolaureati, perché basati su esperienze pregresse, e soprattutto limitati a soli 36 mesi, dunque forieri di nuovo precariato.

Ciò ci riporta anche all’altro nodo fondamentale sul quale si sta lavorando molto nel nostro Molise, il tema dolente della sanità: anche qui, anzi qui forse come non mai, la pandemia avrebbe dovuto essere il motore (finalmente!) di un ripensamento radicale del sistema, che lo mettesse in grado di garantire cure adeguate e lo dotasse di personale stabile e numericamente sufficiente.

Cosa abbiamo visto e vediamo invece? Svuotamento costante e chiusura di reparti (ultima la camera iperbarica di Larino che sta morendo nel silenzio delle istituzioni), trasferimento di personale che mette a rischio il funzionamento del San Timoteo, ricorso costante ad assunzioni a partita Iva, contratti a ore, rifiuto di bandire concorsi per coprire i vuoti lasciati dai pensionamenti.

Quale lavoro, quale sanità, quale società dunque vogliamo? È tempo di chiedercelo seriamente; se non ora quando? È tempo di aprire gli occhi su queste contraddizioni in atto, per non lasciare che vada perduta l’occasione, sia pur tragica, offertaci dalla pandemia per mettere in crisi il turbocapitalismo estrattivo che sta distruggendo il pianeta. È tempo di rifiutare l’assioma ripetuto fino alla nausea dalla narrazione dominante, cioè che non ci sia altro modo di vivere e produrre se non quello del liberismo brutale del XXI secolo.

Ognuno di noi è chiamato a questo difficile compito di messa in crisi delle certezze ufficiali e di costruzione di una storia diversa, partendo proprio dal lavoro, dalla sanità, dalla cura del territorio, unendo le forze e le capacità di ragionamento e programmazione. Non avremo forse altre occasioni.☺

 

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