Quint(o) essenza di un’estate
7 Settembre 2015
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Quint(o) essenza di un’estate

Un giorno come oggi, il 16 agosto 1896, nacque la fotografa Tina Modotti. La sua vita mi occupa da più di 35 anni ed ho pubblicato diversi libri ed articoli su di lei. Ma non mi sono mai fermata un attimo a chiedermi come ha vissuto la sua condizione di immigrata italiana negli Stati Uniti di America. Tina arrivò in quel paese nel 1913, una di milioni di italiani che, alla fine dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento hanno cercato in altri paesi ed altri continenti una vita migliore. Non fuggivano da una guerra, né da una dittatura, né da persecuzioni per motivi politici o religiosi. Fuggivano dalla fame.

Non so se negli Stati Uniti, in quel tempo, si parlava di una “invasione” di immigrati europei. Non so se esisteva un partito che cercava i voti quasi esclusivamente con il tema dell’immigrazione massiva. Non so se c’era un politico come Salvini. So soltanto che milioni di italiani hanno trovato una nuova patria in quel paese, si sono integrati, con il tempo, hanno contribuito allo sviluppo dell’industria e del commercio, allo sviluppo delle arti ed alla formazione della nazione nordamericana. Il tema che invece divideva le anime americane era il tema del razzismo, della discriminazione dei figli e nipoti di quegli schiavi portati con la forza dall’Africa all’America. Un tema che neanche un presidente nero ha potuto risolvere di maniera soddisfacente.

L’estate di questo anno 2015 è stata un’estate terribile. Abbiamo visto più di duemila morti nel Mediterraneo, abbiamo visto i volti dei sopravissuti dei barconi della morte, volti di persone che fuggivano dalla guerra, dalla dittatura, dalla persecuzione e dalla fame. Volti di persone che avevano attraversato il deserto e il mare, persone stremate, ma persone con qualche speranza di trovare rifugio, un tetto sulla testa, un goccio d’acqua e un po’ di cibo… e forse qualche lavoro.

Sono arrivate in Italia, in Grecia, in Germania, e sono state fermate al confine della Francia e dell’Inghilterra. Se prendevano la via balcanica, trovavano sul confine fra la Serbia e l’Ungheria i lavori di costruzione di un vero e proprio muro! E dappertutto persone come gli abitanti di Quinto di Treviso, che protestavano contro il fatto che la Prefettura voleva sistemare 100 profughi in un palazzo sfitto! Non è che si toglieva la casa a una famiglia italiana per metterci un gruppo di immigrati. Credo che non dimenticherò facilmente le facce degli abitanti di Quinto, facce piene di odio. No, non si può più parlare di xenofobia! Xenofobia è la paura del diverso, dello straniero. Non so se esiste una parola adatta ai sentimenti di odio espressi dagli abitanti di Quinto. Forse, quando sono nate le parole derivate dalla lingua greca che si usano per descrivere i diversi sentimenti umani, non esisteva un tale odio verso quelli che erano diversi.

A proposito della Grecia. Da tempo arrivano i profughi nelle isole greche, ma il fatto fa notizia solo nel momento in cui scoppia una rissa fra la polizia ed i profughi che aspettano, in fila, di essere registrati. Silenzio stampa internazionale, invece, durante i mesi nei quali gli abitanti delle isole greche, vittime della politica di austerità imposta al governo Tsipras dall’Unione Europea, davano spazio e cibo ai nuovi arrivati. Senza dubbio, in questa estate 2015, i mass-media italiani hanno giocato un ruolo bruttissimo ed hanno contribuito a creare questa atmosfera di odio, dando la parola quasi ogni giorno a gente come Salvini.

In questa estate 2015 ho imparato a non accettare facilmente le parole. E non parlo solo della parola “xenofobia”. Penso alla parola “invasione”. Un’invasione è un atto di guerra, è l’occupazione di un territorio con l’uso della forza contro gli abitanti indifesi di questo territorio. E credo che anche Papa Francesco ha scelto la parola sbagliata quando ha alzato la sua voce in difesa degli immigrati che arrivano in Italia. Ha usato la parola “guerra”, ma in una guerra, le due parti opposte dispongono di armi. Chi ne ha di più, chi ne ha di meno, ma ambedue le parti sono armate. Noi oggi vediamo una moltitudine di abitanti di diversi paesi africani e asiatici che non portano armi, portano solo le poche cose che hanno potuto portare via delle loro case, e portano quei visi pieni di sofferenza, paura e… speranza.

Nel mio paese d’origine, nella mia città, Berlino, si organizza il 17 agosto, quella che è già diventata una tradizionale manifestazione di Pegida, l’organizzazione delle “persone che sono contro l’islamizzazione della Germania”. Un nome ridicolo, ma anche un nome pericoloso. In diverse città tedesche i neonazisti organizzano delle “ronde” contro gli immigrati, in diversi centri piccoli, in questa estate 2015, hanno incendiato i palazzi dove albergano gli immigrati.

Dove va l’Europa? Non lo so, ed ho paura. Nella storia, le crisi economiche non hanno mai dato forza alle forze del progresso; sono cresciuti sempre i movimenti che sfruttano i sentimenti più brutti e meno umani dei popoli. Non so dove va l’Europa, ma so che aveva ragione Bertolt Brecht quando scriveva, tantissimi anni fa: il grembo da cui nacque è ancora fecondo!☺

 

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