Resistere ed agire
8 Giugno 2020
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Resistere ed agire

La pandemia, e la colossale crisi economica che ha generato, ha ribaltato con violenza immane tutti i cardini della nostra esistenza, invadendone ogni paradigma: quelli affettivi, con l’impossibilità del contatto fisico, potenziale portatore di morte; quelli lavorativi, con la perdita del lavoro per molti e la rielaborazione al ribasso delle prospettive per quasi tutti; quelli dell’attivismo sociale e politico, con il divieto di riunione, di utilizzare gli spazi aperti per manifestazioni, di organizzare eventi e dibattiti, persino di andare in chiesa. Tutti i nostri riti sono stati cancellati, compreso quello così cruciale del dire addio a chi muore.
Tutto si è dematerializzato, è calato un silenzio irreale, e diventa difficile ritrovare lo slancio di due o tre mesi fa. Viene il sospetto che ai governi di tutto il mondo questo non dispiaccia, come dimostrano le decisioni di Polonia, Ungheria, Brasile, Cile.
Siamo stanchi, sfiduciati, soli: i troppi morti pesano sui nostri cuori, ci sentiamo quasi in colpa ad essere stati fin qui fortunati. Ma adesso occorre inventare un nuovo vocabolario dello stare insieme, trovare modi per riavvicinarci gli uni agli altri, ricominciare a camminare insieme sulla nostra cattiva strada di denuncia e di costruzione di un mondo altro.
Abbiamo soprattutto il dovere morale di levare alte le nostre voci per fare in modo che la normalità malata di ieri non torni prepotente a dominare l’universo: abbiamo visto la terra riprendersi i suoi spazi, il mare tornare cristallino, l’aria riacquistare i suoi profumi. Non possiamo assistere silenti al dilagare del vecchio modo di produrre, consumare, sfruttare: in Molise e in Italia e nel mondo ci è stata assegnata una nuova Resistenza, dopo quella che abbiamo celebrato da casa, a distanza ma con i cuori ancora più accesi dai tentativi di infangarla e ridicolizzarla che quest’anno sono stati ancora più subdoli e vergognosi.
Resistere, ed agire, perché la soluzione alla crisi economica e alla disoccupazione non siano le grandi opere e l’edilizia selvaggia, che già sentiamo invocare in regione come panacea per i due mesi di serrata; perché il consumo di suolo, che un Piano Casa particolarmente iniquo in Molise rende ridicolmente facile e conveniente, sia percepito come quello che è, una intollerabile ed autolesionistica svendita del bene comune territorio. Perché si capisca finalmente che i combustibili fossili uccidono e si cominci ad esigere senza compromessi una mobilità sostenibile, un trasporto pubblico degno di questo nome (e in Molise non c’è mai stato), elettrico e a prezzi accessibili.
Resistere, ed agire, perché il sistema sanitario, specie quello molisano, torni pubblico, efficiente, in grado di assicurare cura e assistenza, tutti giorni e in caso di epidemia; perché si smetta di regalare somme enormi a imprenditori privati che pensano solo al profitto, e mettono in cassa integrazione 90 dipendenti dopo essersi assicurati pagamenti principeschi dalle casse regionali; perché gli ospedali umiliati e dismessi senza ragione, ai quali è stato di fatto impedito di garantire prestazioni (il caso del San Timoteo di Termoli grida vendetta), tornino, in Italia e in Molise, ad essere quei presidi pubblici di qualità che erano fino a dieci anni fa.
Resistere ed agire perché i lavoratori tornino ad avere diritti: non dobbiamo consentire, con la scusa della crisi, che dilaghino ancora di più il lavoro nero, i contratti irregolari, il caporalato (e conosciamo bene i “contratti” stipulati qui da noi nel settore agricolo e della ristorazione); già sentiamo Confindustria, la stessa che per non perdere profitti a fine febbraio ha impedito la chiusura delle fabbriche e esposto decine di migliaia di operai al contagio, affermare che per garantire posti di lavoro ora non bisogna essere troppo esigenti in fatto di diritti, sicurezza, salari, controlli.
Resistere ed agire perché la pandemia non sia il grimaldello per lasciare a casa le donne, aumentare la disuguaglianza di genere, abbassare il soffitto di cristallo. Perché si spezzi il circolo vizioso che perpetua il debito illegittimo e sostiene l’idea delirante della crescita infinita.
Soprattutto abbiamo davanti a noi il compito immane di imporre un nuovo progetto di programmazione collettiva, che cambi radicalmente i modi e i contenuti della produzione, della condivisione delle risorse, dei processi decisionali: in pratica, si tratta di far esplodere la contraddizione tra la logica univoca del profitto e la sostenibilità della vita, tra la cura (del pianeta, degli esseri umani, delle debolezze degli ultimi) e la sopraffazione.
Vasto programma, direbbe qualcuno: ma a che serve sognare, se non lo si fa in grande? L’utopia non è una ridicola forma di immaginazione, è ciò che da sempre fa progredire gli umani.
E allora in marcia, compagne e compagni di strada!☺

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